Molto appropriata è la definizione che ci viene fornita da Vincenzo Costa, nel suo libro che qui segnaliamo (La società dell’ansia, Inschibboleth, Roma 2024, pp. 144), della società contemporanea come ciò la cui atmosfera caratterizzante sarebbe data dall’ansia, da intendere, primariamente, non in senso psicotico, ma come quello stato d’animo che ci accompagna costantemente nel nostro vivere quotidiano. Ansia che ha raggiunto un livello di perversione tale che, quanto più noi proviamo a placarla, cercando di soddisfare il nostro desiderio di approvazione e di riconoscimento sociale, tanto più siamo risucchiati nei suoi vortici, senza che ci si apra mai davanti una via di uscita. Il punto da cui si parte è che la società stessa, prima di produrre effetti sul piano cognitivo e discorsivo, in cui valgono le ragioni e le narrazioni, va intesa come un’«organizzazione del sentire», ossia come «un’articolazione emozionale» che si configura, innanzitutto, come «un modo di produzione e distribuzione delle emozioni». Con la precisazione che queste ultime non appartengono, perciò, a una sfera semplicemente privata, ma in esse – stando alla lezione heideggeriana secondo cui l’esserci si trova sempre situato entro una tonalità affettiva fondamentale – «giunge a coscienza la posizione che l’esistenza occupa nel mondo». Ora, entro questa «articolazione emozionale», l’ansia segnala l’aprirsi di una «crepa». E «crepa» perché essa è l’espressione di un’istanza non di riordinamento, ma di «disgregazione del tessuto sociale e dell’organizzazione psichica».
In tutto ciò, quale sarebbe allora il compito di pertinenza della ragione? Essa non deve «imporre narrazioni», ossia costringere la vita emozionale preriflessiva entro un apparato normativo fatto di valori prescrittivi e di astratti dover-essere, ma «esplicitare riflessivamente e teoreticamente l’articolazione razionale che [la] sostiene». Le norme «invece di dinamizzare l’esistenza la bloccano. Diventano il “dovere”. Non sono ciò che possiamo essere, il dinamismo dell’esistenza, ma ciò che dobbiamo essere». Non mettono «in movimento l’esistenza», ma generano solo disagio, nel momento in cui, sentendo di non essere all’altezza di esse, vengono esperite come un comando che, dall’esterno, preme su di noi. È questo il caso, ad esempio, dell’infelicità che noi viviamo come «colpa e vergogna», in una società il cui imperativo che non ammette eccezioni è appunto: devi essere felice! Inoltre, in tal modo, il rapporto che ognuno intrattiene con se stesso si trova a essere configurato come un rapporto dal profilo esclusivamente teoretico. «Ci si pone come un soggetto che vuole conoscere la verità di sé e determinare la verità universale», senza farsi carico della fatica di mettersi in gioco per produrre così «una trasformazione di sé. Questa implicherebbe infatti una trasformazione del modo in cui si incontrano i propri modi di sentire, cioè quella che, un tempo, veniva chiamata “cura di sé”, e che consisteva nel radicarsi nelle proprie emozioni, nell’appropriarsene, e solo a queste condizioni cercare la verità di sé. La cura di sé era un processo attraverso cui un soggetto modificava i propri modi di sentire prima che i propri modi di pensare, ma lo faceva per entrare in sintonia con la propria vita». Complessivamente, le emozioni svolgono una funzione, in più sensi, “rivelatrice” e perdere contatto con esse, non ascoltando più la loro “voce”, significa votarsi a un’esistenza che ha smarrito il rapporto con il proprio più autentico poter-essere.
Dicevamo di come, in questa situazione, ognuno di noi è vittima di un meccanismo perverso, perché, cercando di quietare l’ansia che prova, non fa così che perpetuare la logica stessa del sistema che lo irretisce. «Alla base dell’ansia sta l’esperienza di un mondo precario, il cui nucleo ontologico è l’instabilità e l’imprevedibilità». La conseguenza che ne discende è che le cose che succedono intorno a noi non sono percepite come possibilità, ossia come accadimenti con cui si misura la nostra progettualità esistenziale, ma come «eventi [che] incombono», in quanto non dipendono da noi, ma sono interamente «nelle mani di altri». «Ogni possibilità vale quanto un’altra: è indifferente». L’identità si coglie come insicura e minacciata, ossia come «costantemente sotto assedio», vivendo ogni evento come una prova d’esame, che si deve superare per dimostrare, nelle azioni, di avere diritto a quella certa identità o a quel certo status e rango sociale. «Dai pericoli del mondo siamo passati al mondo come pericolo». L’esistenza assume l’aspetto di una «prestazione continua», dove, agendo, nessuno mostra più il proprio volto a sé e agli altri, ma lo annulla, diventando semplicemente la «replica di un modello». In poche parole, la nostra vita, sentendosi «sballottata dagli eventi», si viene a trovare in una situazione in cui «tutto la tocca», ma «nulla le è proprio». L’ansia viene vissuta così come l’anticipazione di un fallimento possibile, proprio perché, nella confusione di dover corrispondere a ogni sollecitazione che ci raggiunge, noi sentiamo di non poter fare più affidamento su un solido criterio di scelta e di discernimento.
Ora, qual è la via che Costa ci indica per uscire da questo disagio psichico che è il riverbero esistenziale di un malessere sociale ancora più generale? Ebbene, per tirarci fuori da questa situazione, si dovrebbe far appello a un’istanza rivoluzionaria, dove va subito precisato che per “rivoluzione” si intende, prima di ogni altra cosa, un «movimento esistenziale». Esso avviene «quando l’esistenza non agisce per placare la propria ansia, cercando di guadagnarsi l’approvazione sistemica, ma si insedia nella propria vita», riguadagnando a sé quella dimensione del possibile da cui era stata tagliata fuori. Se, infatti, il sistema ci spinge a identificarci continuamente in modelli alienanti prestabiliti, ecco che si tratta di spezzare il raggio di influenza di questo cerchio magico, perché «antisistema è solo l’esistenza che si riappropria del proprio tempo, rendendosi invulnerabile all’ansia»: l’esistenza che finalmente «capisce che non c’è alcun posto dove arrivare se non nella propria vita».







