Il cittadino che si reca alle urne lo fa mosso da una profonda consapevolezza: esercita un diritto conquistato con il sangue e il sacrificio di generazioni, un atto di rispetto verso una storia di battaglie per la libertà, troppo spesso relegate alla memoria. Egli crede, in quel momento, di contare, di esercitare un’influenza diretta sul destino socio-economico della sua nazione.
Ma è proprio qui che s’insinua un tarlo logorante: il dubbio.
Questo dubbio ha radici concrete e amare. L’esempio di una classe politica non sempre all’altezza, leggi elettorali che di fatto hanno sottratto al cittadino la possibilità di scegliere direttamente il suo rappresentante, privilegiando logiche di partito. Quando il candidato apprezzato per competenza, vicinanza al territorio o spessore culturale viene relegato nelle ultime posizioni di una lista bloccata, a favore di figure “paracadutate” dall’alto, la sensazione di impotenza si fa atroce.
Questa impotenza si trasforma rapidamente in rabbia, una rabbia che alimenta il disinteresse, l’astensionismo, il rifiuto di seguire un dibattito pubblico spesso distorto da un’informazione partigiana o superficiale.
Emerge il giudizio disarmante: “Sono tutti uguali”. La sfiducia verso una politica percepita come autoreferenziale, dedita alla spartizione di favori e cariche, dove il merito soccombe al clientelismo, è il veleno che paralizza la volontà di agire.
Democrazia Complicata contro Dittatura Semplice.
È in questo vortice emotivo che è cruciale fermarsi e ritrovare la bussola. La democrazia è un sistema intrinsecamente complicato e imperfetto. Richiede impegno, confronto e una costante vigilanza. Ma è proprio questa sua complessità ad essere la sua massima virtù: è la sola formula che offre a tutti la possibilità di esprimere e difendere la propria idea.
Le dittature, al contrario, sono semplici e immediate: una sola voce decide, l’opposizione è annullata, l’informazione è un megafono unico e totalizzante.
L’astensione, la rinuncia al voto, rischia di fare il gioco di chi vorrebbe una gestione del potere più “facile”, meno soggetta a controllo. Andare a votare non è solo un dovere, è soprattutto un atto di affermazione del proprio pensiero, dei propri valori e del rispetto per chi ha reso possibile questo sistema.
Certo, la delusione è palpabile di fronte a ministri e rappresentanti che appaiono arroganti, inadeguati o distanti dai problemi reali. Ma se è vero che non possiamo controllare l’operato altrui, c’è una cosa su cui abbiamo il pieno potere: noi stessi.
Non possiamo determinare il quando e il dove della nostra esistenza, ma possiamo decidere come spendere il tempo che ci è stato donato. Questo tempo prezioso non va sprecato nella sterile rabbia o nel cinismo. Dobbiamo utilizzarlo per:
• Gestire e controllare le nostre emozioni e, soprattutto, i nostri giudizi.
• Essere esempi positivi nella nostra quotidianità.
• Partecipare attivamente alla vita sociale e politica della nostra comunità.
Il vero cambiamento inizia dalla partecipazione laica e pragmatica. Andare a votare non è la fine del percorso, ma il suo inizio. Significa assumersi la responsabilità di tentare di risolvere i problemi creati, spesso, da altri. Significa convincere anche chi ha perso la speranza.
È una sfida difficile, e i risultati non saranno sempre quelli sperati. Ma il più grande successo che possiamo ottenere è non sprecare il nostro tempo e la nostra energia. Rimanere coinvolti, attivi e critici è il vero, fondamentale, risultato.
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