C’è un dato che ormai non può più essere nascosto dietro la propaganda: il governo ha carpito la buona fede di milioni di cittadini elettori, costruendo consenso su promesse roboanti che, una volta al potere, si sono rivelate per quello che erano: slogan senza sostanza. Accise abolite, canone RAI cancellato, tasse ridotte. Nulla di tutto questo è accaduto. Ma è soprattutto sui temi della sicurezza e dell’immigrazione che il divario tra parole e realtà è diventato clamoroso.
La destra oggi al governo continua a comportarsi come se fosse ancora all’opposizione: alza i toni, agita paure, individua capri espiatori, ma rifugge sistematicamente la responsabilità del governo dei processi complessi. È un approccio distante anni luce dalla cultura repubblicana del PRI, che ha sempre distinto tra fermezza e demagogia, tra legalità e propaganda, tra governo e agitazione permanente.
Come ho già ricordato in un altro articolo, non serve moltiplicare le fattispecie di reato se poi mancano gli strumenti per applicarle. Non serve inasprire le pene se non esistono luoghi dove scontarle. Non serve promettere controlli se non si rafforzano gli organici delle forze di polizia. E non serve invocare espulsioni e rimpatri se non si stanziano risorse per renderli immediati ed effettivi, accompagnando realmente gli stranieri irregolari alle frontiere anziché limitarsi a provvedimenti simbolici.
Il risultato è evidente: Daspo ignorati, espulsioni mai eseguite, controlli insufficienti, territori lasciati soli. Nel frattempo, i Comuni cercano di tenere insieme sicurezza e coesione sociale, spesso andando oltre le proprie competenze, ma senza una strategia nazionale seria, senza risorse e senza personale adeguato, anche il massimo impegno locale è destinato a essere vanificato.
A rendere il quadro ancora più avvelenato contribuiscono le vergognose campagne locali contro le amministrazioni comunali, colpevoli solo di fare spesso molto più di quanto le competenze consentano e sempre tutto ciò che le leggi permettono. Campagne organizzate da furbi e irresponsabili politicanti in malafede, che scaricano sui sindaci e sugli enti locali responsabilità che spettano allo Stato, e amplificate sui social network da ignari “inconsapevoli” (per usare un eufemismo) mandanti. Non di rado questi soggetti si presentano mascherati da volontari, da presunti paladini della sicurezza e della legalità, mentre alimentano solo confusione, sfiducia nelle istituzioni e conflitto sociale. È uno schema chiaro: scaricare sulle amministrazioni locali le mancanze o le incapacità del governo, cui spetta l’onere esclusivo di garantire l’ordine e la sicurezza pubblica, mascherando così l’assenza di leggi e strumenti concreti che solo il Parlamento, con una solida maggioranza di governo, potrebbe approvare.
L’allarme lanciato recentemente dal presidente Michele de Pascale al presidente del Consiglio Giorgia Meloni è emblematico: senza una collaborazione reale tra Stato e territori, senza strumenti efficaci per l’esecuzione delle espulsioni e senza un rafforzamento strutturale delle forze di polizia, ogni intervento locale rischia di essere inutile. Questo è esattamente ciò che il PRI, a partire dalla sua storia ravennate, ha sempre sostenuto: una visione di sicurezza concreta, fondata sulla legalità, sulla certezza delle regole e sulla responsabilità istituzionale, non su slogan vuoti o annunci propagandistici. La coerenza tra parole e fatti è da sempre stata il tratto distintivo della nostra cultura repubblicana, e oggi più che mai resta una guida necessaria.
La cultura repubblicana ha sempre posto al centro lo Stato di diritto, la certezza delle regole e la loro applicazione concreta. Una Repubblica non si difende con i proclami, ma con istituzioni che funzionano, con una pubblica amministrazione messa nelle condizioni di operare, con forze dell’ordine rispettate e dotate degli strumenti necessari. È esattamente ciò che oggi manca.
Questo governo non governa i problemi: li racconta, li spettacolarizza, li usa come carburante elettorale. È diventato la caricatura permanente dell’opposizione che diceva di voler superare, incapace di trasformare le parole in politiche pubbliche. Una destra che preferisce la comunicazione alla costruzione, l’annuncio alla soluzione, tradendo ogni principio di serietà istituzionale.
Eppure, nonostante tutto, c’è ancora chi continua a dare credito a questa narrazione. È il potere dei social, della semplificazione estrema, di un’informazione spesso subalterna o distratta, che amplifica gli slogan e nasconde l’assenza di risultati.
Sicurezza e immigrazione non si governano con i post né con le dirette social. Si governano con riforme laiche e razionali, con investimenti strutturali, con personale sufficiente e con una visione coerente dello Stato. È questa la lezione della tradizione repubblicana del PRI: fermezza senza isteria, legalità senza propaganda, governo senza inganno. Finché il Paese resterà ostaggio di chi preferisce gli slogan al governo, a pagare il prezzo saranno, come sempre, i cittadini.
presidenza del Consiglio dei ministri







