“Eppure er genio mio, si non se muta, sta ppiù pp’er papa morto, poverello, non foss’antro pe ave messo in castello, cquella ginia futtuta”. Versi di Gioacchino Belli.
Che un baciapile reazionario come Giacchino Belli, la canaglia repubblicana impiccata e quella liberale in carcere, si pronunziasse di slancio per il papa morto e non per quello vivo, va da sé. Però non bisogna farsi ingannare, mentre il candidato della conservazione in conclave era il cardinale Lambruschini, quello che si riteneva riformatore era il Gizzi, per lo meno in base all’elogio del D’Azeglio nei suoi Ultimi casi di Romagna. Se viene eletto invece Mastai Ferretti, appena cinquantenne, verrebbe da credere che la Chiesa posta davanti ad un bivio storico fatale, scelse semplicemente di non scegliere. Comunque fosse, per uno come il Belli era lo stesso un bel passo avanti difficile da sopportare. Il Belli amava l’atmosfera decrepita che circondava papa Gregorio, l’unica in cui uno come lui riuscisse a sentirsi vivo. Appena arriverà la Repubblica, il Belli cadrà malato e per davvero. Questo Mastai Ferretti era vanitosissimo e nei ritratti si fa dipingere dieci anni più giovane. Ex guardia nobile, avviato al sacerdozio a seguito di problemi respiratori, doveva essere stato un donnaiolo e se alle donne rinuncia, non rinuncia alle barzellette. Mastai in questo anticipa Berlusconi. Berlusconi amava raccontarle su di sé, Mastai, solo sugli altri e in ogni occasione. Il carattere di Mastai allora è ancora imperscrutabile. Questo papa amava apparire all’improvviso in mezzo alla folla per stupirla ed ingrossarla. Si presenta alla Chiesa di Sant’Andrea della Valle e si sostituisce nell’orazione. Appena eletto vara l’amnistia per i reclusi politici e davvero fa tremare l’Austria, che gli occupa Ferrara. Metternich si ricorda improvvisamente degli accordi del congresso di Vienna e vuole sottolineare, nel caso fosse dubbio al pontefice, che l’Italia è solo un’espressione geografica. Sul trono dell’ultimo papa re si spande subito l’ombra del 1815.
Mazzini a cui l’ardimento non manca, gli fa presto trovare una lettera sul sedile della carrozza, “io vi credo un uomo buono” azzarda nel testo e gli ingiunge, “siate credente”, dando scontato che i cattolici non lo fossero più da tempo. Poi occorreva che il nuovo papa si mettesse alla testa della lotta per l’indipendenza nazionale, l’Italia. Infine la minaccia: “Noi fonderemo un governo unico in Europa, che distruggerà per sempre l’assurdo divorzio fra il potere spirituale e quello temporale”, l’unico precedente era quello giacobino dell’asservimento del clero. In pratica Mazzini annuncia al papa una religione concorrente che se non sarà abbracciata lo spazzerà via. Qual è la reazione del Mastai? Convoca l”allora legato francese a Roma, il Rossi, per chiedergli se il Guizot sarebbe disposto ad armarlo di un migliaio di fucili. Non ci sono abbastanza fucili nello Stato pontificio e magari, poiché Luigi Filippo è tanto cortese, se gli fa il piacere di mandargli un paio di fregate nei pressi del mare di Ostia, con i cannoni puntati sulla costa.
Due cose sono certe di questo pontefice. Se mai dovrà promuovere delle riforme, le pressioni interne ed esterne sono altissime, soprattutto sulla composizione del governo, “basta preti!”, gli urlano in faccia i sudditi devoti, queste saranno elargite, non imposte. La volontà papale prima di tutto. Poi questi nobili furoreggianti, il popolino e soprattutto il signor Mazzini, possono togliersi dalla testa che si metta a guidare una guerra per l’indipendenza italiana o anche solo che la autorizzi. Se agli austriaci piace occupare Ferrara, vi restassero pure. Attenzione. Mastai è abilissimo nel restare in bilico fino all’ultimo, di lasciar credere che il pensiero del suo interlocutore possa essere anche il suo, che in fondo egli è ancora ingenuo delle cose politiche e tanto deve imparare. Questa maschera gli resta in faccia ancora quando scoppia il ’48 in Francia. Il papa chiama Rossi a fare il ministro e si fa corteggiare dall’aristocrazia che sostiene la causa dei laici al governo e questo fino all’ultimo momento utile, ovvero l’insurrezione a Vienna. Solo nel marzo del ’48 Roma viene a sapere che il principe Metternich è dovuto scappare a gambe levate. Si diffonde la voce della famiglia imperiale prigioniera. Tanto basta perché una folla si raduni sotto l’ambasciata austriaca, ne tiri giù le insegne e le sostituisca con il tricolore. Davanti ad una popolazione romana ancora commossa per le stragi di Milano, Pio nono ordina alla guardia civica, quella che avrebbe dovuto combattere le bande pontificie a caccia di liberali, di rimettere le aquile asburgiche al loro posto. Se davvero avanza il tempo nuovo, Mastai restaura la facciata dei palazzi che cadevano a pezzi. Ecco finalmente il vero volto del papa giovine. Di questo papa resta appropriata l’immagine recente fornita dal film di Marco Bellocchio Rapito. Pio nono che impone ai disobbedienti di pulire il pavimento pontificio con la lingua.








Fatterelli umani. Il religioso in Mazzini rimane chiave del successo popolare. Lo capì Mussolini. Poco, ma lo capì.