Un autorevole costituzionalista come Sabino Cassese lamenta con un articolo su il Corriere della Sera la scarsa presenza democratica nel mondo, tale che non ritiene nemmeno di dover annoverare fra i paesi democratici, non solo l’Ungheria che pure è nell’Unione europea a tutti gli effetti, ma persino Israele. Evidentemente Cassese da per scontato che Israele sia già da assimilare al mondo arabo, per quanto in Israele si voti ancora e per la verità con più frequenza di altri paesi. Mentre, su questo ha perfettamente ragione Cassese, le democrazie hanno come caratteristica quello di potersi lamentare delle loro imperfezioni, se uno Stato viene considerato troppo forte, o uno troppo debole. Rispetto ai sistemi totalitari, quale sia la natura dello Stato, i cittadini devono sopportarlo. Bisognerebbe allora confortare il professor Cassese constatando che rispetto al secolo scorso, anche senza Israele, che infatti non c’era all’epoca, c’era invece la minaccia di sterminio del popolo ebraico, non solo l’Ungheria, ma quasi tutta l’Europa non era democratica, e soprattutto, quella che era democratica ancora nel 1924 non c’erto l’Italia, stava per trasformarsi in una dittatura. La Germania, la Spagna, ad esempio. Non parliamo nemmeno del Giappone. Se poi dovessimo tracciare la parabola dell’evoluzione democratica rispetto a due secoli fa, vediamo che questa si è evoluta costantemente, anche se magari non con la velocità che vorrebbe constatare il professor Cassese.
Piuttosto non ci sono garanzie che un percorso così faticoso non possa subire una ricaduta all’indietro. Tanto è vero che proprio per questo si richiedono spesso riforme di sistema, proprio per rafforzare o rinnovare determinati aspetti ritenuti compromessi della vita democratica. Questo bisogna tenere presente dei paesi democratici, ovvero che essi sono massimamente imperfetti perché per l’appunto privi della grazia divina che circonfonde i re e dell’infallibilità dei dittatori. Le democrazia sbagliando potrebbero anche inciampare e venir travolte, non c’è dubbio. Per queste resta molto difficile trovare una formula magica che ne risolva i problemi. Solo ieri il presidente del consiglio italiano ha detto che bisogna che i cittadini scelgano il governo. E forse che non l’hanno scelto? Non era il sistema maggioritario approvato nel ‘1994 la possibilità stessa di scegliere il governo? Adesso bisogna invece che il governo esca direttamente dalle urne come Venere dalle acque? Benissimo, solo che è evidente dalle perplessità presenti all’interno della stessa maggioranza, che possa essere il premierato la soluzione a riguardo e non bisogna stupirsi se tale confusione dovrebbe imbarazzare proprio chi ha proposto la riforma.
Ora le cose a volte sono molto più semplici di quanto si creda. Premier è una parola inglese che indica una soluzione propria dell’Inghilterra. Può l’Italia paragonarsi all’Inghilterra per adottarne un sistema politico elettorale di successo? Questa è la domanda. Per riuscirvi servirebbe intanto un sistema elettorale maggioritario secco, poi una corona affidabile che ha regolato i suoi rapporti con il parlamento dopo la caduta di Cromwell figlio, 1658. Infine vi sarebbe un’ultima questione da considerare, ovvero che il premier inglese, non è eletto, gli inglesi votano il partito ed il capo del partito fa il premier, In Inghilterra i partiti non sono personali, esistono da almeno duecento anni e a nessuno è mai venuto in mente di abolire i partiti o metterli sotto processo. Al limite i loro esponenti.
Da qui lo scetticismo per le possibilità del governo di cavare qualcosa dalla sua proposta di riforma. Per avere successo, non basterebbe il voto del Parlamento. Bisognerebbe essere proprio l’Inghilterra.







