C’è uno Stato nello Stato, una zona franca dove le leggi della Repubblica sembrano sfumare in un limbo di tolleranza e autoconservazione. È il pianeta del calcio italiano: un’enclave intoccabile, abitata da intoccabili, che continua a muoversi secondo logiche feudali e autoreferenziali, nel silenzio complice o nell’impotenza della politica e delle istituzioni. Il recente caos del derby di Torino, con una partita presa in ostaggio dai diktat ultras e posticipata nella follia di una gestione dell’ordine pubblico totalmente piegata ai desiderata televisivi, è solo l’ultimo sintomo di un collasso sistemico. La Federazione e la Lega Calcio si muovono con un’inaccettabile anarchia su tutto, a partire dalla stesura dei calendari, ignorando le sovrapposizioni con altre manifestazioni e scaricando i costi, logistici e di sicurezza, sulle forze dell’ordine. L’Autorità di Pubblica Sicurezza si ritrova così, troppo spesso, costretta a cedere al ricatto implicito di società calcistiche che beneficiano di una sostanziale impunità. Siamo di fronte a un sistema di regole interne che applica il diritto “a soggetto”, flessibile con i potenti di turno, rigoroso con i marginali e persecutorio nei confronti degli avversari più quotati, gettando ombre inquietanti e legittimi sospetti sulla regolarità stessa dei risultati sportivi. Una distorsione che si riflette specularmente nella gestione mediatica e giudiziaria delle inchieste. Non da oggi assistiamo a un doppio binario grottesco: da un lato, indagini su peccati veniali o stupidaggini procedurali che vengono gonfiate dal megafono mediatico per alimentare narrazioni colpevoliste “contro qualcuno”; dall’altro, inchieste giudiziarie per reati gravissimi che vengono scientemente anestetizzate, private di enfasi e silenziate per proteggere intonaci dorati e costruire contro narrazioni di comodo. Nel mezzo di questo scenario desolante si muove una Procura Federale che dà l’impressione di essere asservita all’equilibrio politico del sistema piuttosto che alla ricerca della giustizia sportiva. Il quadro si fa ancora più cupo se si guarda ai settori caldi degli stadi. Le curve dettano condizioni, gestiscono economie parallele e impongono la propria legge a società acclaratamene omertose anche da atti di procure, terrorizzate o colluse con contesti ultras dalle chiare derive mafiose. E ciò che disgusta maggiormente è la sensazione che alte cariche dello Stato, per calcolo elettorale o vicinanza di bandiera, offrano periodicamente alibi morali e coperture politiche a questo sfacelo.
Pensavamo che la triste farsa di Calciopoli, vent’anni fa, avesse fatto scuola, segnando un punto di non ritorno. Oggi scopriamo di non essere affatto giunti nemmeno all’ABC ma ancora fermi alle “aste dritte” delle scuole materne. I registi e gli orchestrali di quella stagione buia, o i loro epigoni, sembrano muoversi ancora dietro le quinte, capaci di manovre che minano la credibilità dei campionati. Intanto, l’inchiesta della Procura di Milano prosegue a fari spenti, o forse sarebbe meglio dire che si trascina tra nebbie fitte, nonostante capi d’imputazione che, per gravità e ramificazioni, farebbero impallidire lo scandalo del 2006.I risultati di questa gestione fallimentare sono sotto gli occhi di tutti, e non sono solo morali: l’Italia è rimasta fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva. Un fallimento tecnico che è la diretta conseguenza di un sistema tanto arrogante e autoreferenziale entro i patri confini, quanto inconsistente e irrilevante oltre frontiera. In questo panorama di macerie, la critica più severa va mossa all’attuale governo di destra. Salito a Palazzo Chigi con la bandiera della legalità, del merito e del ripristino dell’ordine, l’esecutivo sta dimostrando sul terreno dello sport la sua più clamorosa incoerenza. Invece di intervenire con il pugno di ferro per azzerare le rendite diposizione, commissariare le opacità e imporre il rispetto delle leggi dello Stato a federazioni e club, la politica governativa flirta con i presidenti, strizza l’occhio alle tifoserie e copre i debiti con scudi fiscali di favore. La destra non sta portando l’ordine; sta regolamentando il disordine. Non sta combattendo l’illegalità; ne sta proteggendo lo status quo in nome del consenso. Ma un Paese che rinuncia a imporre la legge nel suo spettacolo più popolare, è un Paese che abdica a una parte della propria sovranità repubblicana. Il calcio non può più essere una zona franca e per questo è giunto il tempo che lo Stato si riappropri dei suoi spalti e dei suoi codici. Nessuna vera Repubblica, men che mono la nostra in questo suo 80° anniversario, può permettersi eccezioni o zone di privilegio, men che meno nel mondo dello sport, che per sua stessa natura nasce per esaltare i valori della lealtà, del rispetto e dell’uguaglianza difronte alle regole. Quando questi ideali vengono sviliti e sacrificati sull’altare dell’impunità, a crollare non èsolo la credibilità di un campionato, ma la dignità stessa delle istituzioni che lo tollerano. Il calcio ritrovi la propria etica sportiva, o lo Stato gliela imponga in nome di quella legalità repubblicana che non può ammettere né padroni né deroghe.







