Nella biografia di Gioacchino Murat della storica Renata de Lorenzo, Salerno Editrice, 2011, si sostiene che Napoleone non solo avesse abbandonato l’aula del parlamento convocata a Saint Cloud, ma che era persino rientrato disperato a Parigi. Fu Murat letteralmente a rincorrerlo, a rimetterlo in sella e a lanciarlo verso il consolato. “Lui ci ha fatti re? Noi lo abbiamo fatto imperatore”. Parole di Murat dette a Fouché durante la campagna di Francia, avvisaglie di un reciproco tradimento.
Murat non avrebbe mai accettato l’idea di essere un subordinato di Napoleone, o per lo meno, non più da un dato momento, quando invece di essere fatto re di Spagna, si ritrova scagliato a Napoli, sede non gradita. Privo completamente di attitudini politiche, il massimo era la firma di Marat sui suoi proclami alle truppe durante la Rivoluzione, probabile che fosse convinto dalla moglie Carolina, sorella dell’imperatore. Napoli poteva essere una sede ancora più importante, se da lì fosse cominciata l’unificazione dell’Italia.
Murat segue Napoleone come un’ ombra sin dalla prima campagna d’Italia per cui gli è chiaro che l’Italia con un perimetro costiero eccezionale per l’Europa, se unificata sarebbe una minaccia persino per la Francia. Bisogna inquadrare la figura storica di Murat in questo preciso contesto, tale per il quale l’unità dell’Italia è una minaccia al prestigio e alla potenza dell’imperatore, di cui egli rimane un sodale, per lo meno, fino a quando non teme che il suo regno sia messo a rischio. Solo quando tutto sarà perduto, Murar sventolerà la prospettiva dell’unità nazionale italiana, prima sarebbe stato farlo contro Bonaparte.
Murat re di Napoli fu il miglior sovrano che si troverà mai nel Mezzogiorno, soprattutto rispetto ai Savoia. Murat porterà a Napoli, a Bari, a Reggio Calabria tutte le novità della Rivoluzione, liberando la popolazione dal servaggio, realizzando infrastrutture indispensabili, introducendo la scuola pubblica. Il Regno di Napoli sarà corrispondente al Regno d’Italia costituito oltre il Tevere. Solo quando la Francia stramazza, Murat si rivolgerà direttamente a tutti gli italiani e per di più, quando oramai ha perso nella battaglia di Tolentino ogni possibilità di tornare sul trono. Ciò non toglie che quel proclama è il primo atto del Risorgimento, in quanto Murat si rivolgerà direttamente al popolo, quando Napoleone, parlava solo ai notabili lombardi, a quelli emiliani. Sarà l’esercito murattiano disfatto a fornire i primi quadri alla carboneria che si opporrà ai Borboni recuperando le idee della Rivoluzione. Murat fucilato il tredici ottobre di 210 anni fa, si meriterebbe almeno un piccolo riconoscimento.
Napoleone a Sant’Elena apprendendo della morte di Murat ebbe un moto di rimpianto e non solo per la vecchia amicizia. Avesse avuto un Murata a Waterloo, avrebbe anche avuto un’occasione. Per quanto i suoi rapporti fossero burrascosi già dalla battaglia di Austerlitz, Murat con la sua intemperanza consentì la fuga a mezza armata russa, Bonaparte lo rimpianse già a Madrid. Giuseppe scappò dalla città davanti al nemico. Che errore ho commesso, disse Napoleone, preferendo il vile all’ambizioso. L’ambizione fu il legame segreto che tenne uniti Napoleone e Murat per tanti anni. L’epoca intristiva in caratteri vanitosi. E nessuna ambizione fu più grande della realizzazione dell’Unità d’Italia, non ad opera di una casa regnante, ma di un’armata rivoluzionaria.
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