Il dottor Yari Lepre Marrani ci ha inviato il terzo saggio conclusivo dedicato a Giuseppe Mazzini, che pubblichiamo su richiesta dell’autore.
Giuseppe Mazzini iniziò precocemente a pensare di agire per la Patria italiana dei primi decenni dell’800, dipendente e disunita. La genesi del suo pensiero agitatore e liberatore, partorì da momenti-chiave che intrecciano fatti politici a sentimentali moti dell’anima, anche legati alla donna che più fu vicino al cuore di Mazzini per tutta la sua vita, Giuditta Sidoli, fatalmente nata un anno prima dell’agitatore(1804) e morta esattamente un anno prima di lui(1871). Nell’aprile 1821 un Mazzini sedicenne assistette allo spettacolo dei profughi piemontesi i quali, dopo il fallimento del moto rivoluzionario, cercarono di imbarcarsi per la Spagna. Nelle sue Note Autobiografiche scrisse: “Quel giorno fu il primo in cui s’affacciasse confusamente all’anima mia, non dirò un pensiero di Patria, ma un pensiero che si poteva e quindi si doveva lottare per la Libertà della patria”.
Parallelamente, si intrecciano i moti sentimentali ai vaghi presentimenti giovanili, il cuore di Mazzini si scinde in due creando l’uomo e l’amante, due figure che saranno spontaneamente e inevitabilmente condotte sullo stesso piano di pensiero per le stesse motivazioni patriottiche di libertà, indipendenza e uguaglianza. L’amore già anticipato per Giuditta Sidoli non dovrà essere mai trascurato per penetrare i moti dell’anima e le motivazioni che guidarono Mazzini alla lotta per l’indipendenza e l’unità italiane. Come la visione dei profughi piemontesi aveva instillato nell’adolescente Mazzini il primo vagito di lotta per la libertà italiana, la prima scintilla che si poteva per la Patria lottare, così l’amore corrisposto per la Sidoli, patriota esule e perseguitata, fu il movente sentimentale che lo spronò ad un’azione sempre più incisiva verso l’obiettivo primigenio della libertà d’Italia. Questo aspetto delle spinte cerebrali ed emotive di Mazzini, lo possiamo cogliere dalla fitta ma breve corrispondenza che l’agitatore ebbe con la sua amante tra il febbraio del 1834 e il dicembre del 1835. A questo proposito, non è mistero che le migliaia di lettere già note costituiscono un documento di eccezionale importanza sia per la comprensione del pensiero politico dell’apostolo, sia per la ricostruzione della sua personalità e della sua vita. Un gruppo a sé stante formano, appunto, le lettere (edite anche separatamente) a Giuditta Sidoli la cui interruzione si lega ai già enucleati momenti di attenzione all’amata in nome della quale il Mazzini decise di agire o continuare ad agire per l’indipendenza italiana. Non è un caso infatti che l’interruzione della corrispondenza con la Sidoli è dovuta alla volontà di non ostacolare la relazione di lei, esule e perseguitata, con i suoi figli custoditi nel
Ducato estense dal suocero reazionario e austriacante. Ma le ardentissime lettere tra Mazzini e la Sidoli del biennio 1834 – 1835, ci provano ancora una volta che nulla di grande nasce e si compie senza ardore e passione. L’idea dell’unità della Patria sboccia nel Mazzini anche per amore della sua donna perseguitata e colpita nell’affetto materno e per quest’idea egli, nella solitudine dell’esilio, resiste persino al richiamo di Giuditta ad una vita meno randagia, richiamo che talvolta si faceva aspro, come quello di una donna ardentissima e che aveva conosciuto nell’amore di lui ogni gioia, non esclusa quella della maternità: non mancano, infatti, accenni ad un figlio loro, vissuto pochissimi anni. Queste lettere, piene di concretezza per quanto ci rivelano della vita dell’esule, sono calde di un amore che si manifesta nelle più tenui sfumature di tenerezza come nelle più febbrili estasi dei sensi. L’incontro tra Mazzini e il sogno creatore di una patria italiana di liberi, indipendenti ed eguali è stato, quindi, frutto di numerose sollecitazioni esterne, private e politiche.
Ma prima dell’ardente corrispondenza con Giuditta Sidoli, dovevano venire altri fatti, altri incontri, altri movimenti circolari che avrebbero portato l’agitatore genovese verso la strada di una sempre più decisa lotta – palese o clandestina – verso il sogno di un’Italia indipendente. Nel 1827, infatti, Mazzini per soddisfare in qualche modo il suo desiderio di pensiero e azione, entrò nella Carboneria di cui pur criticava e disprezzava il vuoto simbolismo e l’astrattezza programmatica ma nel cui ambito sperava di svolgere una nuova, più vigorosa propaganda tra gli elementi giovani, così da infondere nuova linfa nel vetusto organismo. Proprio in quel tempo fece conoscenza con Francesco Domenico Guerrazzi, un politico, scrittore e giornalista italiano, firma della Giovine Italia, e si recò da lui ma ne riportò un’impressione non del tutto favorevole, giudicando il livornese Guerrazzi uomo dalla mente incerta e di grande presunzione, spronato più dalla fantasia che dalla fede.
E’ in questi anni di nuovi progetti e nuovi incontri che le Note Autobiografiche del 1861 inseriscono una delle pagine più belle, vibrante di sincerità e commozione, che descrive quella “Tempesta del dubbio” che Mazzini dovette attraversare durante il periodo del suo esilio in Svizzera, dopo il disgraziato tentativo del 1834, quando, fallite le speranze d’azione, si fece attorno a lui un vuoto di diffidenza e persino gli amici iniziarono a rimproverargli la sua fede come un’ambizione puramente egoistica. Siamo nel 1834, anno in cui fu fondata da Mazzini stesso la Giovine Europa, due anni dopo la prima uscita dei primi due fascicoli del periodico la Giovine Italia, organo ufficiale dell’omonima Associazione mazziniana, che doveva diffondersi in tutti i ceti sociali italiani, superando le censure austriache e sarde, risvegliando così quegli infiammati principi di libertà e indipendenza in un popolo addormentato com’era, allora, quello italiano.
La “Tempesta del dubbio” creò un momentaneo ed estemporaneo senso di scetticismo e parve a Mazzini che i morti dovessero risorgere a rimproverargli il loro inutile sacrificio, e che il fallimento pesasse sulle sue spalle come un’innominabile colpa. E persino, in quei momenti consueti ad una mente coerente ma complessa, gli parve che il sogno dell’Italia una e indipendente dovesse ridursi ad una mera chimera, un’illusione della sua mente eccitata. Ma da questa tempesta interiore, come dalla prova suprema che ogni mente grande deve attraversare, la fede politica di Mazzini ne uscì fortificata, rafforzata nei propositi, più conscia del suo vero valore. Intanto, in Italia la propaganda infuocata della Giovine Italia si era estesa, gli anni passarono e giunse il tempo delle insurrezioni del ’48 e ’49. Mazzini corse in Italia: la Repubblica proclamata in Roma il 9 febbraio – la Repubblica Romana – era l’iniziativa che egli cercava. Dirà a proposito “Roma era il sogno dei miei anni giovanili, l’idea madre nel concetto della mente. Per me Roma era il Tempio dell’umanità”. Ma chiusa la parentesi, breve e gloriosa, della Repubblica, all’agitatore non rimase che riprendere le vie dell’esilio, prima a Losanna, poi a Parigi, poi a Londra. Ma nonostante l’avversa fortuna, mai cessò il suo ardore di alfiere della libertà italiana, quella libertà che nell’incidersi nel suo petto come un vessillo di una vita, avrebbe ai suoi occhi dovuto estendersi in tutta Europa attraverso alleanze tra nazioni che avessero come unico obiettivo di guerra, la battaglia santa con coloro che contendevano la libertà ad un popolo; per Mazzini, ogni altra guerra era un “delitto fratricida”.
Nonostante l’avversa fortuna, il fervore di lui non cessa: la propaganda e la cospirazione erano e rimasero, come sempre, la sua vita. E con il ricordo del moto milanese del 6 febbraio 1853, fallito per mancanza di capi, ma suggellato dal martirio, finiscono queste preziose note autobiografiche, che toccano i punti più decisivi dell’attività del Mazzini, dando contemporaneamente un valido dipinto delle lotte politiche di quegli anni. Per il felice equilibrio tra l’ardore del contenuto e la sobrietà della forma, le Note autobiografiche e l’Epistolario sono, letterariamente, alcuni tra gli scritti più pregevoli del Mazzini. Mescolate assieme, danno un quadro limpido, concretissimo non solo della personalità dell’agitatore ma dei momenti più salienti del Risorgimento italiano. E nel fornire elementi emotivi oltreché pratici di un’intera stagione storica italiana, possono essere utili anche oggi per comprendere quali sforzi di autodeterminazione siano richiesti ai popoli affinché, da servi di un despota – individuale o economico -, diventino effettivi padroni dei propri destini.
Museo del Risorgimento mazziniano Genova







