Il 5 giugno segna la nascita di due giganti del pensiero economico: Adam Smith nel 1726 e John Maynard Keynes nel 1883. Le loro teorie, seppur distanti nel tempo, offrono spunti fondamentali per comprendere le sfide economiche contemporanee, sia in Italia che a livello internazionale.
Nel riflettere sulla coincidenza della nascita di Adam Smith e John Maynard Keynes, avvenuta lo stesso giorno seppur con un secolo e mezzo di distanza, viene spontaneo anche cercare un ponte tra i loro pensieri e le sfide economiche contemporanee, in Italia e nel mondo.
L’Italia del 2025 si muove in un contesto europeo incerto, tra rallentamento della crescita, pressioni inflazionistiche persistenti e un debito pubblico che rimane elevato. A livello globale, le tensioni geopolitiche, le transizioni energetiche e l’instabilità dei mercati finanziari impongono risposte rapide ma anche visioni di lungo periodo.
In questo scenario, il pensiero di Adam Smith potrebbe sembrare una bussola per ricordarci il valore dell’iniziativa privata, della concorrenza, dell’innovazione guidata dall’impresa e della libertà economica.
In un’Italia ancora affaticata da burocrazia, lentezza della giustizia e ostacoli strutturali al fare impresa, Smith suonerebbe come un invito a rimuovere i freni alla crescita spontanea delle forze produttive. Più mercato, meno ostacoli: un tema ricorrente nei dibattiti su riforme e attrazione di investimenti.
D’altro canto, Keynes risuona potente nei momenti in cui le forze del mercato non bastano. In un’epoca segnata dalla necessità di guidare transizioni complesse (ecologica, digitale, demografica), il suo pensiero ricorda il ruolo centrale dello Stato come attore economico attivo, capace di orientare gli investimenti, sostenere la domanda e garantire equità.
La recente stagione del PNRR ne è un esempio concreto: intervento pubblico massiccio per modernizzare infrastrutture, sostenere l’occupazione e affrontare squilibri territoriali.
A livello internazionale, la “rivalità” tra Smith e Keynes si riflette anche nella tensione tra le economie che puntano su deregulation e libero mercato (USA) e quelle che cercano un equilibrio tra mercato e protezione sociale (Unione Europea). La Cina, poi, incarna una terza via: un capitalismo guidato dallo Stato.
In questo panorama in trasformazione, emergono nuovi equilibri globali in cui anche il pensiero economico sembra doversi adattare. Il crescente protagonismo dei BRICS, e in particolare la strategia economico-politica della Russia di Putin, sta sfidando gli assetti tradizionali dominati da Occidente e dollaro.
La costruzione di alternative finanziarie, monetarie e commerciali da parte di questo blocco, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dai modelli occidentali, apre scenari in cui né Smith né Keynes da soli bastano a spiegare la complessità del presente. I BRICS promuovono una visione multipolare dell’economia globale, in cui lo Stato torna ad avere un ruolo centrale non solo nella gestione interna, ma anche nella proiezione internazionale di potere economico.
Oggi, più che mai, i pensieri di Smith e Keynes possono anche aiutarci a leggere le radici economiche dei conflitti geopolitici in atto. Le spinte protezionistiche dell’America di Trump, con la logica dei dazi e della chiusura verso il commercio globale, contrastano lo spirito universalista del libero mercato smithiano. Allo stesso modo, l’aggressività espansionista della Russia di Putin, fondata su una logica di potenza e controllo delle risorse, va contro ogni principio keynesiano di cooperazione internazionale per la stabilità. E la crisi permanente in Medio Oriente, con le sue ricadute energetiche, migratorie e finanziarie, dimostra quanto il disordine politico si traduca in incertezza economica globale. È in questi scenari che il richiamo alla libertà economica regolata e all’intervento pubblico lungimirante torna più che mai attuale.
In questo contesto così complesso e mutevole, si apre anche uno spazio significativo per una rinnovata iniziativa delle forze politiche laiche, riformatrici ed europeiste, oggi spesso schiacciate tra populismi e conservatorismi. È proprio nei momenti di crisi che la cultura della responsabilità, del rigore istituzionale e della mediazione tra libertà e giustizia sociale può fare la differenza. È uno spazio che chiama in causa direttamente la tradizione repubblicana, quella che ha saputo tenere insieme libertà e progresso, mercato e diritti, Europa e Stato. Oggi più che mai, una battaglia autenticamente repubblicana come quella storicamente interpretata dal PRI, può contribuire a dare un’anima riformista e una direzione pragmatica a un’Europa che rischia altrimenti di restare schiacciata tra spinte nazionaliste e impotenza decisionale.
Soprattutto in un mondo in cui le regole del gioco globale stanno rapidamente cambiando, questo 5 giugno ci invita a ricordare che le grandi crisi non si affrontano con ricette rigide, ma con visione, pragmatismo e capacità di adattamento.
Non servono ortodossie, ma la maturità di attingere, di volta in volta, al meglio delle due grandi tradizioni: la forza innovativa del mercato e il ruolo guida dello Stato nel correggerne gli squilibri.
Perché in tempi incerti, la vera sfida non è scegliere tra Smith o Keynes, ma saperli ascoltare entrambi, per costruire un’economia che sia efficiente, giusta e capace di non lasciare indietro nessuno.
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