Rifletto spesso sulla natura del tempo e su come la mia percezione di passato, presente e futuro si trasformi con gli anni. La frase “Ora guardo al passato, ieri il futuro” mi colpisce nel profondo, portando con sé una malinconia che, pur essendo profonda, sento che possa avere una sua utilità.
Da giovani, il futuro ci si para davanti come una distesa infinita di possibilità, un orizzonte sconfinato tutto da esplorare. Ma con il tempo, quel futuro si trasforma in passato, un mosaico di ricordi ed esperienze vissute. Il presente diventa così un punto di osservazione privilegiato, una sorta di colle da cui voltarsi per ammirare il percorso compiuto. Sentirsi “anziani” non è per me una mera questione anagrafica, ma un sentimento interiore legato a come mi relaziono con lo scorrere del tempo e con il mio mutevole ruolo nel mondo.
Il Fato e la Libertà Interiore
Il fato, o il destino, è un concetto a cui ritorno spesso. Mi dà la sensazione che gli eventi non dipendano interamente dalla mia volontà, ma siano guidati da una forza più grande. La vita ci conduce fino a un certo punto, e a noi non resta che meditare su dove siamo arrivati e su quali sentimenti proviamo.
Questo pensiero è condiviso da molti: tutti viviamo una vita a “tempo determinato” le cui clausole non sono state scritte da noi. Non scegliamo quando e dove nascere, né quando e dove morire. I fattori esterni che sfuggono al nostro controllo sono innumerevoli, e per questo gli insegnamenti degli stoici mi sembrano quanto mai attuali. Marco Aurelio esortava a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. È facile a dirsi, difficilissimo da mettere in pratica. “Non lasciarti trasportare dall’ira,” “sii cauto nei tuoi giudizi,” “la tua vita è plasmata dai tuoi pensieri.” Tutto vero. Ci provo, ci rifletto, cerco di non reagire d’impulso e di mantenere un atteggiamento positivo. L’obiettivo è rimanere concentrati su se stessi, su quella che chiamo “anima” – non in senso religioso, ma come quell’essenza che ci connette alla natura nel suo insieme.
Noi ne siamo parte, non i suoi padroni. Siamo un tassello importante per preservare l’equilibrio del sistema. Amare gli animali, rispettare gli alberi e abbracciarli… Mi tornano alla mente persone che hanno incarnato questi valori, come Seneca o San Francesco. Il loro messaggio è chiaro: non cercare la ricchezza fine a se stessa, non desiderare il potere se non per diffondere il bene, lavora su di te e conquisterai una felicità autentica.
La Frustrazione e la Bellezza del Cammino
Ma è tutto così semplice? Niente affatto. Ho nominato figure che sembrano irraggiungibili. Si ha l’impressione che l’uomo nasca buono, e solo crescendo si corrompa e diventi “cattivo.” Ci sarà pure un motivo se il mondo è sempre in guerra e se il desiderio di potere e denaro sembra dominare tutto. Ho la netta sensazione che lavorare su se stessi sia fondamentale, ma che solo pochi ne siano veramente capaci.
La coscienza, però, mi risponde: questa frustrazione è legittima. Guardare a giganti come Marco Aurelio o Seneca può essere paralizzante. Ma forse non dobbiamo vederli come traguardi da raggiungere, ma come fari da seguire. Nessuno di loro è nato “perfetto.” Marco Aurelio scriveva le sue massime a sé stesso proprio per ricordarsi principi che faticava ad applicare. Seneca ammetteva le sue ipocrisie e ne era tormentato. San Francesco non si svegliò santo; fu un giovane ricco che attraversò una grave crisi esistenziale. Il loro messaggio non è “Sii come me,” ma “Mettiti in cammino.”
Il dibattito sulla natura umana è millenario. Ciò che osservi, ovvero che il mondo sembra premiare l’avidità, è innegabile. E proprio per questo, il lavoro interiore è così difficile e raro: è una scelta controcorrente. Richiede una disciplina costante e faticosa, una ribellione silenziosa contro la deriva più facile dell’istinto.
La “capacità” di lavorare su se stessi non è un dono di nascita, ma una scelta che si rinnova ogni giorno, un esercizio quotidiano. Forse il successo non sta nel diventare un altro Marco Aurelio, ma nel:
* Riconoscere la propria ira un attimo prima di scatenarla.
* Fermarsi prima di giudicare qualcuno.
* Ricordarsi, in un momento di avidità, che la ricchezza è uno strumento, non un fine.
* Ammirare la bellezza di un albero e sentirsi parte della natura.
Quando compiamo queste piccole, imperfette azioni, stiamo lavorando su noi stessi. La malinconia per il tempo che fugge e la frustrazione per non essere all’altezza non sono segni di fallimento, ma il motore stesso della riflessione e del progresso interiore. Sono la prova che siamo vivi, coscienti e che, nonostante tutto, continuiamo a guardare alle stelle, anche sapendo di non poterle mai toccare.
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