Le immagini pubblicate da Donald Trump sulla sua piattaforma personale, con Barack e Michelle Obama raffigurati come scimmie, non sono una provocazione qualsiasi ma sono un atto politico vero e proprio. Un atto deliberato di disumanizzazione, come hanno lucidamente scritto oggi Federico Gaggi sul Corriere della Sera e Caterina Soffici su La Stampa.
Se indignarsi è doveroso, fingere sorpresa, però, sarebbe ipocrita. Infatti, quelle immagini non rappresentano una caduta di stile, né una gaffe ma sono la prosecuzione coerente di una strategia che Trump pratica da anni: spingere sempre più in là il limite, normalizzare l’osceno, abituare l’opinione pubblica all’idea che non esistano più confini etici, istituzionali, democratici. La caricatura razzista degli Obama non è un incidente: è un messaggio rivolto alla “pancia” del Paese, a quella parte che trova nella deumanizzazionedell’avversario una legittimazione della forza. Per questo il trumpismo non è soltanto una deriva autoritaria contemporanea, ma è l’esatto opposto della cultura politica mazziniana da cui nasce il Partito Repubblicano Italiano e che il PRI non solo rivendica, ma ha il dovere di continuare a incarnare. Donald Trump rappresenta una concezione della politica fondata sulla forza, sulla personalizzazione estrema del potere, sulla riduzione del consenso a plebiscito e sulla demolizione dei limiti. La sua idea implicita è che chi vince le elezioni abbia diritto a tutto, che il potere non debba rispondere a regole, istituzioni, valori condivisi. È la logica del comando, non della responsabilità; del dominio, non del confronto. Mazzini pensava esattamente il contrario: per lui la Repubblica non era una tecnica di governo, ma una scuola di coscienza civile; non il trionfo dell’io, ma il primato del dovere; non la legge del più forte, ma la forza della legge. Nella tradizione mazziniana la politica non è arbitrio né dominio, ma limite, responsabilità e servizio: non nasce dall’istinto o dal risentimento, bensì dall’educazione morale del popolo; non distrugge l’avversario, ma costruisce una comunità fondata su diritti e doveri condivisi. Dove Trump disumanizza, Mazzini riconosce; dove Trump personalizza il potere, Mazzini lo sottopone alla legge.
Il trumpismo vive di disumanizzazione dell’avversario, di riduzione del conflitto politico a scontro tra nemici. Il mazzinianesimo nasce dal riconoscimento dell’umanità dell’altro, dalla convinzione che senza rispetto reciproco non esista comunità politica. Dove Trump legittima l’istinto, Mazzini richiama la coscienza. Dove il trumpismo dissolve le istituzioni, il repubblicanesimo le considera presidio di libertà. Non è un caso che Norberto Bobbio, tra i maggiori interpreti della tradizione laica e repubblicana, abbia indicato nel rapporto tra diritto e potere la linea di confine tra Repubblica e autoritarismo:«diritto e potere sono due facce della stessa medaglia: solo il potere può creare diritto e solo il diritto può limitare il potere». Quando questo equilibrio si spezza, quando il potere rifiuta il limite e considera il diritto un ostacolo, la democrazia scivola verso forme di dominio che oggi vediamo riemergere, non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa, attraverso populismi e leadership senza freni. Il trumpismo rovescia esplicitamente questa relazione: trasforma la vittoria elettorale in una licenza di comando, legittima l’idea che chi vince possa fare ciò che vuole, affermando la legge del più forte. È l’esatto contrario dello spirito repubblicano. Per questo la distanza tra il PRI e il trumpismo non è contingente né tattica ma è radicale e culturale. Il Partito Repubblicano Italiano non può essere neutrale davanti a chi riduce la democrazia a forza, la politica a propaganda, il dissenso a tradimento. Non può esserlo perché la sua storia, la sua identità, il suo patrimonio ideale nascono in opposizione a questa concezione del potere.
Questa distanza appare ancora più netta in questi giorni, mentre il mondo repubblicano celebra il 177° anniversario della Repubblica Romana del 1849. Un’esperienza breve ma altissima, che seppe affermare il primato della legge sulla forza, dei diritti sull’arbitrio, del pluralismo sull’imposizione. Una Repubblica che, anche nel momento rivoluzionario, scelse la Costituzione, non il comando.
Ricordare oggi la Repubblica Romana non è un esercizio di memoria, ma un atto politico nel senso più alto del termine: significa riaffermare che la Repubblica non è il potere di uno solo né il premio di una vittoria elettorale, ma un equilibrio fragile costruito per tutelare tutti, soprattutto chi non ha forza. Quella esperienza breve e luminosa continua a interrogarci perché pone una domanda decisiva per il nostro tempo: può esistere una democrazia senza limiti, senza diritto che freni il potere, senza rispetto per l’altro? La risposta repubblicana è netta: No!
Soprattutto quando le istituzioni cedono all’arbitrio e la politica smarrisce la propria dignità, perché é qui che la democrazia si svuota e si trasforma nel suo contrario. Per questo essere repubblicani oggi significa allora non assuefarsi all’insulto né normalizzare la barbarie, non confondere la forza con l’autorità, ma tenere accesa, controvento, quella luce civile che il 9 febbraio 1849 si accese a Roma e che ancora misura la qualità della nostra democrazia. È una responsabilità che il PRI ha ricevuto dalla sua storia e che deve continuare a esercitare, senza ambiguità, nel cuore dell’Europa del XXI secolo.
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