Speriamo che in futuro vi siano storici, economisti e filosofi in grado di spiegare come sia stato possibile che un anno prima della pandemia, l’Italia avesse stretto con la Cina un inconsueto bilaterale capace di triplicare la tratta dei voli da un paese all’altro. Questo ha permesso ancora nel febbraio 2020 di far sbarcare a Milano simpatiche coppie di cinesi giunte da Wuhan che a scali europei già chiusi si sono sparse tranquillamente per tutto il nostro paese, mentre il governo ritardava qualsiasi provvedimento restrittivo perché convinto che non ve ne fosse bisogno. Si diceva serenamente che la nostra sanità, la migliore d’Europa, non avrebbe avuto problema alcuno anche nel caso si fosse presentato il contagio. Servirebbe poi, nel caso, anche qualche scienziato che potesse spiegarci come mai fosse possibile che dei loro colleghi in servizio attivo per il governo contestassero in quei giorni alle linee Alitalia l’applicazione di un piano antipandemico, ignorato da cotali scienziati governativi, invocando i diritti costituzionali negati ai nostri connazionali positivi asintomatici che la compagnia aerea non aveva imbarcato. Dopodiché servirebbe solo capire se avvenuto tutto questo avesse un senso chiudere l’intero paese forsennatamente, o se avesse invece ragione il presidente del consiglio dell’epoca che ai magistrati che l’hanno interrogato su un mancato tempestivo intervento ad Alzano, ha risposto loro, tanto oramai “i buoi erano scappati dalla stalla”.
Invece solo più uno sciamano potrebbe dirci cosa sarebbe accaduto in Italia, se quel presidente del consiglio avesse ultimato la legislatura, davanti alla ripresa delle nuove chiusure imposte dallo stesso regime cinese a due anni da quegli eventi, perché ancora abbiamo scienziati che sostengono, a mezza voce magari, che dovremmo fare altrettanto. Eppure nessuno scienziato ci ha spiegato, nemmeno l’illustrissimo professor Ricciardi, perché in Cina le chiusure almeno funzionano. Un paese di un miliardo di abitanti, con città la cui densità è tripla della nostra, ha avuto cinquemila e duecento trentadue morti in due anni, rispetto ai nostri centomila nel solo anno di lock down. E nonostante che nessun cinese, per lo meno di fronte alla mattanza italiana, possa dire che il lockdown non abbia salvato delle vite, oggi tutti protestano contro le nuove misure restrittive al punto che si chiedono persino le dimissioni di Xi con un furore che in Cina non ricordavamo dai tempi della rivolta dei Boxer. “La libertà o la morte”, frase che Barnave si era stampato sui bottoni della divisa di rappresentante, era idea europea, poi noi ci siamo trovati a cantare sui balconi, i cinesi a lottare per strada.
Servirebbe infine una grande mente politica per dirci se la crescita economica cinese, eccezionale negli ultimi venti anni, non sia stata in grado di spaventare un regime conservatore, che in tanto successo vede i sintomi di scollamento del suo potere, perché la diffusione della ricchezza in un popolo allarga anche la richiesta di prerogative e diritti fra i suoi appartenenti. I vecchi marxisti sono sempre stati molto attenti all’impatto sulla struttura di un paese e preferiscono di gran lunga un popolo in miseria ad uno che prospera, perché il secondo è più difficile da controllarsi.
Fortuna vuole che tutto questo a noi tanga sempre meno e chi era vicino ai cinesi all’epoca, tanto da pensare di trasferir loro il nostro debito pubblico, chissà fosse mai stato possibile, ha ben altre gatte da pelare. Ad esempio, perché mai condonare ulteriormente abitazioni illegali costruite sull’isola di Ischia già sempre condonate in passato e soprattutto, che senso ha impostare un piano nazionale di salvaguardia del territorio, stanziare ben 11 miliardi, per spendere una manciata di milioni e poi fermare tutto. Solo i congiunti possono spostarsi.







