La Costituzione Repubblicana assume valore quando esprime le esigenze di una determinata realtà politica e sociale insieme alle aspirazioni della sua popolazione. La Costituzione della Repubblica italiana del 1948, non era, ovviamente, la migliore al mondo, e pure corrispondeva abbastanza adeguatamente alla trasformazione democratica in corso in Europa alla fine della guerra. La prima parte del testo predisposto della Carta assume rilevanza per quello che concerne i rapporti politici. L’articolo 49 in particolare rompeva definitivamente il monopartitismo imposto nel ventennio precedente. “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. L’associazione è libera per cui ognuno può scegliersi il partito che vuole, mentre il concorso alla determinazione della politica nazionale è solo vincolato dal metodo democratico che l’Assemblea costituente riconobbe nel sistema elettorale proporzionale. Non che il sistema maggioritario non sia altresì un metodo democratico, soltanto che si applica nei paesi in cui la tradizione politica culturale si limita a due, tre soggetti, mentre ed era evidente dalla composizione dell’Assemblea costituente nata dall’Antifascismo che il panorama partitico italiano era tornato molto frastagliato, Se l’Assemblea costituente del 1948 avesse proposto una legge elettorale con sbarramento o maggioritaria, subito sarebbero stati estromessi dalla vita politica nazionale una serie di formazioni che pure avevano avuto un peso nella Resistenza, come ad esempio il partito d’Azione. Se invece si fosse scelto il sistema maggioritario puro, tutto si sarebbe risolto ad un confronto fra Partito comunista e democrazia cristiana tale da lacerare immediatamente l’appena ricomposta unità nazionale. Anche solo quando De Gasperi propose in nome della governabilità di introdurre un premio di maggioranza, le opposizioni insorsero contro quella che sembrava loro una legge truffa e non a caso un vecchio azionista come Ferruccio Parri, lasciò il partito repubblicano che era invece d’accordo con De Gasperi.
La modifica costituzionale più rilevante che è avvenuta in questi trent’anni è stata dunque una modifica che non intacca la lettera della Carta e tuttavia demolisce il suo spirito: i referendum per il sistema maggioritario. Lo dimostra il fatto che la corte costituzionale ha imposto comunque un recupero proporzionale alle leggi preposte. Gli italiani hanno votato il sistema maggioritario per ridurre il numero dei partiti e quelli con il maggioritario sono aumentati. Si assicurava che almeno una nuova legge elettorale avrebbe comportato quella stabilità necessaria al sistema ed ecco che siamo punto d’accapo a chiedere nuove modifiche per una stabilità che non si ottiene per via costituzionale. La stabilità è una pura condizione politica, non ci sarà mai legge ordinaria o meo che sia capace di promuoverla. Solo la dittatura è per legge stabile, la democrazia anche no.
Per questa ragione non è particolarmente rilevante contestare la proposta di riscrivere la seconda parte della costituzione così come essa è stata votata alla Commissione Affari costituzionali del Senato nella giornata di ieri. Un buco nell’acqua in più, uno in meno, ci siamo abituati. Appare invece drammatico questo lento costante ed inesorabile stravolgimento del dettato costituzionale senza un fine ed un nesso. Per cui adesso dopo aver ristrutturato il Titolo V, ed ancora non si è contenti, transitato le norme transitorie e finali, si demolisce definitivamente la forma del governo, la Repubblica parlamentare. Si volesse almeno quella presidenziale, la quale ha un qualche senso. Questa non ne ha davvero nessuno, lo dimostra il ruolo riservato al Capo dello Stato che è libero di nominare il presidente del Consiglio eletto dagli italiani direttamente con il Parlamento. Allora abolite la figura del Capo dello Stato, perché sono gli italiani a dirgli chi nominare capo del governo ed è il capo del governo a poter sciogliere le camere, non più il capo dello Stato. Se restano i nastri da tagliare, si fa prima ad impiegare i commessi di Palazzo Chigi.
Sia chiaro che si può ridiscutere volentieri l’intera materia costituzionale, purché si segua un qualche progetto. Quello di dire che gli italiani si debbono scegliere il loro presidente del consiglio come scelgono il capo di un condominio, dispiace, non lo è. Piuttosto è demagogia spicciola a buon mercato che trascende interamente il lungo e faticoso percorso compiuto dalla Repubblica dai suoi albori ai mesti giorni nostri, dove abbiamo quella che si vuole fare premier. Non si è accorta che già lo è.
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