Se lo si dovesse misurare soltanto per le sue conseguenze immediate – come scrive con amara lucidità Carlo Bonini su la Repubblica – il caso Almasri sembrerebbe già archiviato nel cassetto delle non-notizie estive. Mantovano, Nordio e Piantedosi resteranno al loro posto; la giunta per le autorizzazioni respingerà l’azione del Tribunale dei ministri; Meloni si concederà l’ennesima passerella social in assenza di contraddittorio, mentre la macchina della propaganda ripartirà nella sua crociata referendaria contro la magistratura. L’unico a pagare – forse – sarà qualche funzionario, come la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, sacrificata come un fusibile bruciato nel grande corto circuito istituzionale.
Eppure, proprio per questo, il caso non può essere archiviato. Perché ciò che resta, oltre l’impunità politica, sono alcune evidenze ineludibili, come le definisce Bonini, che pongono la questione su un piano profondamente politico. Non è solo l’errore di una gestione sbagliata: è la prova plastica dell’inadeguatezza arrogante di una classe di governo che ha smarrito la distinzione tra potere e responsabilità, tra interesse nazionale e arbitrio personale.
Il caso Almasri ci consegna una gestione della sicurezza nazionale, dei rapporti con la giustizia internazionale e del dovere di lealtà verso il Parlamento degna di uno Stato delle banane. Davanti a un dilemma reale – la tutela dei nostri interessi in Libia, da Eni ai flussi migratori, e il peso delle milizie libiche come “leva di pressione” – il governo aveva strumenti legittimi: poteva porre il segreto di Stato, assumersene la responsabilità politica, comunicarlo alle istituzioni italiane e internazionali, e soprattutto spiegarlo al Paese. Non lo ha fatto. Ha scelto la dissimulazione, la menzogna istituzionale, l’occultamento dei fatti. Ha ignorato la via della legalità, non per necessità, ma per cultura.
Nordio, nel ruolo inedito di avvocato d’ufficio del torturatore, ha inscenato in Parlamento una difesa goffa e ideologica, disonorando la toga che per anni ha indossato. Il suo intervento non è stato un atto di chiarimento costituzionale, ma una costruzione retorica che ha deliberatamente falsificato la sequenza dei fatti, come rilevato con rigore dal collegio per i reati ministeriali nella sua relazione. A nessuno nel governo – né Mantovano, né Bongiorno – è parso opportuno fermarlo, nemmeno quando ha scelto di manipolare le circostanze della scarcerazione e del rientro in Libia di Almasri, trasportato con un volo di Stato per essere riconsegnato a una milizia responsabile di crimini sistematici.
Il risultato è una farsa tragica. Il ministro dell’Interno, con candida brutalità, ha dichiarato che l’uomo era troppo pericoloso per restare in Italia: meglio liberarlo in Libia. Una frase degna di Totò, ha osservato Bonini. Ma qui non si ride. Qui si distrugge, pezzo per pezzo, ogni credibilità istituzionale.
E sopra tutto questo si staglia la figura della presidente del Consiglio, incapace di distinguere il proprio ruolo da quello di capopartito, convinta che l’opinione pubblica dimenticherà tutto, che l’agosto seppellirà anche questo scandalo. Ma governare non è guidare un fan club. La sicurezza nazionale è materia seria e scivolosa, dove i selfie non bastano e dove, prima o poi, i nodi vengono al pettine.
Ed è qui che il caso Almasri si ricollega direttamente all’eredità politica di Silvio Berlusconi. Perché è proprio dal berlusconismo che nasce l’idea che la destra e i suoi alleati possano agire impunemente, e che ogni controllo di legalità sia un atto ostile, eversivo, “golpista”.
È da lì che si è inoculata nel sistema la convinzione per cui chi indaga è il nemico e chi governa è per definizione nel giusto – salvo che a governare sia il centrosinistra e non la destra, in quel caso la magistratura torna utile, almeno finché può essere strumentalizzata. Un doppiopesismo perfetto, che ha un solo vero obiettivo costante: attaccare la magistratura, screditarne il ruolo, e colpire per via giudiziaria la credibilità del centrosinistra. Una concezione della democrazia che fa a pugni con lo Stato di diritto e che mortifica duemila anni di pensiero politico e giuridico, dalla lex repubblicana romana al costituzionalismo moderno, fondato sul principio del limite al potere.
E qui una riflessione di principio è necessaria. Il Partito Repubblicano Italiano, riconosce la necessità di una seria riforma della giustizia che serva a rafforzarne l’operatività a vantaggio sia delle garanzie di legge sia, soprattutto, dei diritti dei cittadini. Ed è da questa concezione autenticamente garantista che il PRI sul tema della separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, si muove con cautela e spirito critico. Personalmente, sono contrario a questa riforma, ma comprendo che non debba essere considerata un tabù a priori. Ma mai, lo diciamo chiaramente, per piegare la magistratura all’Esecutivo: mai per ridurre il principio di legalità a un optional e trasformare i magistrati in funzionari subordinati al potere politico. La giustizia va riformata, sì, ma per rafforzarla, non per controllarla, trasformando il sistema giudiziario in un mero strumento di lotta politica, cioè esattamente quello che la destra e i suoi corifei imputano al centrosinistra. La magistratura, a dispetto delle semplificazioni propagandistiche, rappresenta ancora oggi un ordinamento di garanzia democratica e tutela costituzionale, e qualsiasi riforma deve puntare a rafforzare questi principi, non a distruggerli. E per questo il PRI è oggi in campo, più che mai, contro ogni progetto autoritario travestito da riformismo.
Infine, una verità scomoda che questa vicenda riporta alla luce con brutalità: il trattamento che il governo Meloni riserva ai migranti è, nella sostanza, strumentale e disumano. Lo stesso Almasri, ora di nuovo libero, è protagonista, secondo la CPI, di torture, stupri, abusi indicibili proprio nei confronti dei migranti. Eppure, è stato liberato. Salvato. Rispedito nella sua roccaforte a fare ciò che sa fare. Gli stessi migranti che vengono lasciati in balia del mare o delle milizie, che vengono respinti, che vengono criminalizzati quando salvati da una ONG, oggi diventano pedine sacrificabili per tutelare un presunto “interesse nazionale”. Una doppia morale, cinica e spietata. Dove i diritti umani sono negoziabili e l’Italia si trasforma in uno snodo complice del sistema di repressione libico.
Così, l’equilibrio democratico si spezza, lo Stato di diritto si piega al comando, la Repubblica cede alla tribù e la giustizia viene umiliata da chi dovrebbe difenderla.
Ma non tutto è perduto, a condizione che non si resti in silenzio. Che chi crede ancora nella legalità, nella divisione dei poteri, nella dignità delle istituzioni, non si faccia travolgere dalla rassegnazione. Perché sì, Almasri tornerà a torturare. Ma se la Repubblica abdica anche al dovere di raccontarlo e denunciarlo, allora sì che avrà perso del tutto.
E questa sconfitta non possiamo permettercela.
galleria ministero della Giustizia







