Piergiorgio Vasi ci ha inviato il seguente articolo che pubblichiamo volentieri
La recente, turbolenta vicenda degli interessi dell’amministrazione Trump sulla Groenlandia ha offerto al mondo una dimostrazione pratica, e per certi versi rassicurante, del funzionamento della più antica democrazia costituzionale moderna. Ciò che potrebbe essere apparso come un’improvvisa velleità espansionistica si è scontrato, ed è stato plasmato, dal solido sistema di controlli e contrappesi che gli Stati Uniti si sono dati sin dalla loro fondazione. Questa vicenda, nel suo dispiegarsi, non è la storia di un capriccio presidenziale realizzato, ma il racconto di come le istituzioni siano state progettate per prevenire derive autoritarie.
L’’apparente dietrofront del Presidente Trump esplicitato a Davos, dove ha trasformato l’idea di occupazione militare o di un’acquisizione forzata della Groenlandia nella proposta di un accordo trattato attraverso la NATO, è frutto in realtà di un insormontabile scoglio che Trump avrebbe trovato, rischiando l’impeachment, ovvero la Costituzione degli Stati Uniti. Il presidente, per quanto potente, non è un monarca. Il potere di dichiarare guerra, di autorizzare un’azione militare di occupazione contro un territorio sovrano (la Groenlandia è parte del Regno di Danimarca) e di stanziare i fondi necessari, risiede in modo esclusivo e inequivocabile nel Congresso. Questo principio cardine, stabilito dall’Articolo I della Costituzione, ha costretto un ripensamento strategico. La transizione da un’ipotesi unilaterale e potenzialmente conflittuale a una trattativa in ambito NATO non è stata una scelta di stile, ma un obbligo dettato dalla legge fondamentale. Il presidente Trump, di fronte all’impossibilità di agire senza il consenso del legislativo, ha dovuto modificare rotta. È qui che il sistema ha mostrato la sua forza: il potere esecutivo è stato “controllato” e “bilanciato” dal potere legislativo, impedendo un’azione avventata che avrebbe avuto imprevedibili conseguenze geopolitiche.
Lo stesso principio si è manifestato con uguale chiarezza nella questione dei dazi minacciati contro Francia e altri alleati che avevano schierato truppe in Groenlandia a difesa della sovranità danese. La presidenza non ha carta bianca neppure in materia commerciale. L’imposizione di dazi, specialmente su base “rettributiva” o punitiva verso alleati, deve avere una solida giustificazione legale, tipicamente legata a minacce concrete alla sicurezza nazionale o a pratiche commerciali sleali accertate. Il quadro normativo statunitense, incluso il Section 301 del Trade Act, richiede un iter investigativo e dimostrativo rigoroso. Nel caso specifico, come evidenziato da molti analisti costituzionali e commerciali, la mera ritorsione per una legittima difesa della sovranità di un alleato non costituisce un estremo giuridicamente sostenibile. La decisione di ritirare la minaccia dei dazi, quindi, non è stata solo una mossa diplomatica, ma il riconoscimento che l’azione proposta non avrebbe superato il vaglio delle normative interne e della probabile opposizione del Congresso, custode anche del potere regolatore del commercio internazionale.
La presidenza Trump si è spesso caratterizzata per un approccio personale e diretto, che ha messo a dura prova le tradizioni politiche e le alleanze internazionali. Tuttavia, la vicenda della Groenlandia sottolinea un punto fondamentale: la forza della democrazia americana non risiede nella persona del presidente, ma nella sua architettura istituzionale. I “checks and balances” – la separazione dei poteri, il controllo giudiziario, la sovranità del Congresso su guerra e finanze – agiscono come anticorpi contro la concentrazione del potere. Hanno impedito che un impulso presidenziale si traducesse in un atto bellico, e hanno costretto a rientrare una guerra commerciale ingiustificata.
Questa lezione istituzionale arriva in un momento di forte pressione per la Casa Bianca. L’economia americana mostra segni di preoccupazione, con un’inflazione persistente al di sopra della soglia obiettivo del 2% e un debito pubblico che continua a crescere senza che emerga un piano chiaro per la sua stabilizzazione. Il tradizionale “paracadute” rappresentato dagli acquirenti esteri, in primis la Cina, appare meno sicuro in un’epoca di tensioni geopolitiche. In questo quadro, l’avventurismo militare appariva ancor più rischioso. Non a caso, secondo i sondaggi, solo il 19% degli americani si è dichiarato favorevole a un attacco militare per la conquista della Groenlandia, un dato che riflette sia il pragmatismo del pubblico che la consapevolezza dei costi e dei pericoli di un simile gesto.
La parabola dell’interesse per la Groenlandia, dalla suggestione iniziale alla soluzione negoziale, è un caso di studio per il mondo. Dimostra che anche di fronte a un presidente determinato a esercitare il potere in modo personale, le istituzioni democratiche degli Stati Uniti, forgiate in oltre due secoli di storia, mantengono la loro efficacia. Hanno garantito che la forza venga esercitata non per volontà di uno, ma secondo le regole e i processi stabiliti dalla legge. In questo risiede la grandezza e la resilienza della democrazia americana: non nell’assenza di tentazioni autoritarie, ma nella presenza di meccanismi costituzionali progettati proprio per neutralizzarle. La Groenlandia, suo malgrado, è diventata il simbolo di questa verità eterna.
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