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La guerra ibrida energetica, intervista a Giuseppe Gravela

di Redazione
15 Maggio 2026
in Economia
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Pubblichiamo volentieri l’intervista di Alessandro Tommaso de Filippo a Giuseppe Gravela, Segreteria Nazionale del Partito Liberal-Democratico, con delega su Ambiente ed Energia che ci offre il suo punto di vista sul complesso quadro della situazione che il mondo sta affrontando.

Quale impatto per industria ed economia rischia l’Italia a causa della crisi energetica in corso?

Il blocco dello Stretto di Hormuz ha innescato uno shock immediato su gas e petrolio. Il quadro è già grave ed il perché è strutturale, non congiunturale. L’Italia è fortemente dipendente dal gas: esso rappresenta quasi il 40% del totale dei consumi energetici e viene utilizzato per circa il 45% della produzione di energia elettrica, determinando in larga misura il prezzo all’ingrosso dell’energia. L’Italia è il paese europeo in cui il gas fissa il prezzo dell’elettricità per il maggior numero di ore all’anno: sul mercato a prezzi marginali, tutte le fonti vengono remunerate al costo della più cara. Il PUN medio è passato da 115 €/MWh nel 2025 a 143 €/MWh a marzo 2026, e le bollette dei clienti vulnerabili sono già salite dell’8,1% nel primo trimestre. Siamo esposti a ogni tensione geopolitica senza filtri e la crisi attuale è particolarmente insidiosa: lo shock è peggiore di quello del 1973, con il mondo che perde tra il 10% e il 17% dell’offerta petrolifera globale. Il confronto con la crisi energetica del 2022, inoltre, evidenzia differenze non trascurabili: i prezzi del gas colpiscono questa volta un ciclo economico già debole, e le imprese hanno meno spazio per scaricare gli aumenti dei costi energetici sui prezzi finali. Il conto industriale è pesante. Confindustria stima un aggravio da 7 miliardi se il conflitto si chiude entro giugno; da 21 miliardi se il petrolio restasse a 140 dollari per tutto il 2026, livelli che nel 2022 la stessa associazione definì non sostenibili. Lo scenario peggiore vale -0,7% di PIL, contro una crescita attesa dello 0,5%. Ma questa crisi non è un fulmine a ciel sereno: è il conto che arriva dopo decenni di scelte che hanno privilegiato la dipendenza dall’estero rispetto alla diversificazione strutturale. C’è poi una dimensione che viene troppo spesso trascurata: le fonti rinnovabili non hanno potuto attenuare il colpo perché coprono principalmente la generazione elettrica, che rappresenta circa un quinto dei consumi energetici totali, e soprattutto sono intermittenti. Gli altri quattro quinti dipendono ancora da petrolio e gas. Serve un mix di rinnovabili e nucleare. Gli eventi degli ultimi tre anni, dalla guerra in Ucraina a quella in Iran, dimostrano che non è più rinviabile.

In che modo contrastare la crisi senza aumentare la spesa pubblica ed aumentare il debito, entrando in potenziale rotta di collisione con l’Europa?

Occorre anzitutto chiarire un punto troppo spesso rimosso: parlare di crisi energetica non significa invocare automaticamente lo Stato come dispensatore di nuove risorse. Il vero problema italiano non è la mancanza di denaro pubblico, ma l’uso inefficiente di quello già disponibile. Il primo intervento necessario è agire sui costi che ancora gravano sulle bollette di famiglie e imprese, a partire dagli oneri di sistema residui e dalle inefficienze regolatorie accumulate nel tempo. Un’autorità indipendente che operi con efficacia consentirebbe di liberare risorse senza aumentare il debito. In questo quadro, ARERA dovrebbe completare rapidamente i procedimenti in corso sulle condotte di trattenimento dell’offerta da parte di alcuni produttori, pratiche che alterano il prezzo marginale dell’energia e producono rincari ingiustificati, oltre a portare a termine la riforma tariffaria delle reti elettriche e del gas attraverso la Regolazione per Obiettivi di Spesa e di Servizio (ROSS), che lega i ricavi dei gestori non ai costi dichiarati ma all’efficienza degli investimenti, alla qualità del servizio e alla riduzione degli sprechi. Il secondo strumento è utilizzare con intelligenza la leva europea: REPowerEU, risorse residue del PNRR e proventi ETS sono fondi già esistenti che l’Italia impiega ancora in modo insufficiente e frammentato. Solo i proventi ETS valgono circa 2,9 miliardi nel 2025 e destinarli agli oneri ASOS significherebbe, secondo Confcommercio, ridurre fino al 15% le bollette del terziario senza incidere sul deficit. Non serve nuova spesa pubblica, ma una migliore capacità di orientare capitali privati tramite garanzie pubbliche mirate. Il terzo fronte è quello delle riforme regolatorie e strutturali. La lentezza autorizzativa rappresenta di per sé un costo economico: ogni anno perso per autorizzare impianti rinnovabili o infrastrutture di rete significa continuare a comprare energia dall’estero invece di produrla in Italia. Il D.Lgs. 190/2024 fissa in dodici mesi il termine massimo per autorizzare impianti rinnovabili e sistemi di accumulo: far rispettare davvero questa scadenza sbloccherebbe decine di gigawatt oggi fermi nei cassetti della burocrazia. Sono già stati autorizzati 11,2 GW di accumuli in fase di realizzazione, mentre oltre 400 procedimenti per altri 35-40 GW restano sospesi non per mancanza di investitori, ma per inerzia amministrativa. Semplificare non pesa sui conti pubblici e può valere miliardi in competitività. Una buona politica energetica, del resto, non si misura dai fondi stanziati, ma dagli ostacoli rimossi, dalle regole rispettate e dai mercati messi nelle condizioni di funzionare.

Nel medio-lungo termine, quale politica energetica l’Italia potrebbe adottare per ottenere sovranità strategica nel settore?

La sovranità strategica energetica dell’Italia, nel medio-lungo termine, si costruisce su quattro pilastri: nucleare, sicurezza degli approvvigionamenti gas, efficienza energetica e riforma del mercato elettrico, con un principio guida molto semplice: non una nuova stagione di sussidi pubblici generalizzati, ma regole certe e interventi selettivi capaci di attrarre investimenti privati. Sul nucleare, i nostri emendamenti al DDL indicano una direzione chiara: rafforzare con risorse adeguate le 19 infrastrutture richieste dall’IAEA, portando gli stanziamenti da 20 a 200 milioni, e adottare il Milestones Approach, oggi il protocollo internazionale più credibile per garantire tempi, costi e affidabilità del percorso. Già dichiarare con chiarezza che l’Italia intende tornare al nucleare, accompagnando l’annuncio con un quadro normativo stabile, contribuirebbe ad abbassare il costo del capitale per chi deve realizzare le centrali. Sul gas, ai rigassificatori entrati in funzione dopo il 2022, che hanno rafforzato la diversificazione delle forniture portando il GNL a un ruolo centrale nel mix di importazione, va affiancata la ripresa delle estrazioni in Adriatico: riserve accertate, operatori privati già presenti e un contributo utile alla sicurezza energetica senza nuovi oneri strutturali per lo Stato. Sul fronte dell’efficienza energetica, la strada maestra è quella di incentivi automatici e stabili come il superammortamento, ma sul modello di Industria 4.0 che ha dimostrato come strumenti semplici possono generare decine di miliardi di investimenti, mentre Industria 5.0, appesantita da requisiti più complessi, ha prodotto risultati decisamente inferiori alle attese. Sul mercato elettrico bisogna completare i prezzi zonali eliminando i meccanismi transitori che ne limitano i segnali economici, reintrodurre un coefficiente localizzativo nelle aste per le rinnovabili così da evitare concentrazioni nelle aree già congestionate, accelerare il potenziamento della rete di trasmissione nazionale e creare un quadro regolatorio stabile che favorisca investimenti privati negli accumuli, oggi essenziali per la flessibilità del sistema. In questo quadro va valorizzato anche il geotermico, una fonte continua, programmabile e a basse emissioni, oggi frenata soprattutto da iter autorizzativi troppo lenti, così come va risolta la partita delle concessioni idroelettriche, per larga parte scadute o in scadenza, attraverso gare realmente competitive che incentivino nuovi investimenti. Sul piano europeo, la riforma del mercato elettrico del 2024 ha introdotto strumenti utili come Contratti per Differenza e Power Purchase Agreement di lungo periodo, ma restano centrali il rafforzamento delle interconnessioni e il pieno recepimento delle nuove norme. Il vero salto di qualità sarebbe però un mercato unico europeo dell’energia più integrato, con un’autorità comune capace di coordinare regole, infrastrutture e approvvigionamenti, mettendo a sistema i vantaggi comparati dei singoli Paesi; nel lungo periodo, se l’Europa vuole competere con Stati Uniti e Cina, questa evoluzione è quasi inevitabile. Anche sul gas serve una linea più ambiziosa in sede UE: rendere più efficace e strutturale l’acquisto congiunto significherebbe mettere il peso contrattuale di 450 milioni di consumatori al servizio della sicurezza energetica italiana ed europea. In sintesi, lo Stato deve creare le condizioni, correggere i fallimenti di mercato e accelerare le decisioni per far si che il capitale privato possa fare la propria parte.

Il nucleare è una energia pulita e sicura, ed il suo utilizzo attualmente avverrebbe differentemente dal modello utilizzato in Ucraina 40 anni fa, che portò al disastro di Chernobyl. Quali differenze da allora? Quali misure di sicurezza adottare?

La tecnologia attuale segna una rottura netta con il passato: se Chernobyl fu il fallimento tecnologico ed istituzionale di un regime che metteva il risparmio prima della sicurezza utilizzando reattori intrinsecamente instabili (RBMK), e Fukushima evidenziò i limiti di vecchi impianti (Gen. II) dinanzi a catastrofi naturali estreme, i reattori moderni di Generazione III+ introducono standard di sicurezza passiva. Questi sistemi sfruttano leggi fisiche come la gravità o la convezione naturale per raffreddarsi autonomamente senza bisogno di elettricità o intervento umano, riducendo drasticamente il rischio di fusione del nocciolo. La differenza fondamentale risiede anche nell’adozione sistematica di edifici di contenimento robusti, assenti a Chernobyl, progettati per sigillare ogni materiale radioattivo. La fisica è una sola, ma le scelte ingegneristiche cambiano radicalmente quando si deve rispondere a un’autorità di sicurezza indipendente all’interno di democrazie liberali invece che a un ufficio politico di regime. Sul piano sistemico il nucleare, oltre ad essere un’energia pulita e sicura, offre ciò che le rinnovabili non programmabili non possono dare: inerzia sincrona per la stabilità di frequenza, potenza reattiva per la regolazione di tensione e produzione programmabile per l’adeguatezza del sistema. Esattamente le caratteristiche che si perdono dismettendo il termoelettrico, e che nessuna combinazione di pannelli e batterie può sostituire integralmente. Eppure in Italia il dibattito pubblico sul nucleare sconta ancora quello che potremmo chiamare il riflesso pavloviano di Chernobyl: per quarant’anni la politica ha suonato quel campanello emotivo ogni volta che si parlava di atomo, finché l’opinione pubblica ha imparato a produrre una risposta automatica di paura, indipendentemente da qualsiasi dato tecnico. I referendum dell’87 e del 2011 non hanno votato sulla sicurezza dei reattori moderni: hanno risposto a un condizionamento. E qualcuno ha avuto tutto l’interesse a mantenerlo vivo: bloccare il nucleare significava proteggere rendite di posizione costruite su altre fonti energetiche, spesso con costi più elevati per i consumatori. È tempo di spegnere quel campanello, tornare a ragionare sui fatti e chiedersi chi ci guadagna ogni volta che la discussione tecnica viene soffocata dall’emotività.

Come contrastare la disinformazione anche messa in campo da attori statali e non ostili su temi simili, difendendo la sicurezza nazionale?

La disinformazione energetica è un’arma geopolitica a spettro largo: colpisce le rinnovabili (campagne anti-eolico in aree rurali), le infrastrutture di gas (opposizioni ai rigassificatori), il nucleare (eredità emotiva di Chernobyl), e persino i termini del dibattito, confondendo sistematicamente la sicurezza di approvvigionamento con la sicurezza ambientale. La disinformazione sul fronte energetico non è un fenomeno spontaneo: è uno strumento di guerra ibrida. La Relazione annuale dell’Intelligence 2026 cita esplicitamente il tema FIMI — Foreign Information Manipulation and Interference — e descrive l’ecosistema che riutilizza contenuti da siti e canali social pro-Cremlino per amplificare narrazioni, segnalando che il World Economic Forum colloca misinformazione e disinformazione al secondo posto tra i rischi globali più gravi nel breve termine. Nella relazione è riportato che la stabilità del settore energetico non è più solo macroeconomia, è componente essenziale della sicurezza nazionale. Questo significa che la protezione delle reti elettriche, dei gasdotti e dei terminali GNL deve avere lo stesso livello di priorità della difesa militare convenzionale. Sul piano delle contromisure, la risposta deve operare su tre livelli. Il primo è tecnico-istituzionale: i Paesi G7 hanno adottato nel dicembre 2024 un “Collective Response Framework”, un meccanismo di risposta coordinata agli attacchi di disinformazione contro gli apparati democratici. L’Italia deve essere pienamente operativa in questo sistema. Il secondo livello è normativo: serve una legislazione sulla trasparenza degli algoritmi di moderazione dei contenuti e sulla identificabilità degli utenti della rete, che garantisca il contraddittorio per gli utenti senza scivolare in censure che sarebbero esse stesse un’arma nelle mani degli avversari. Il terzo è culturale: alfabetizzazione energetica e informativa diffusa. Un cittadino che capisce il funzionamento di un mercato dell’energia è un cittadino più difficile da manipolare. La risposta a questo fenomeno non è la restrizione del dibattito pubblico, ma il suo innalzamento qualitativo. L’obiettivo finale non è un dibattito pubblico privo di conflitti, sarebbe sia impossibile sia indesiderabile, ma un dibattito in cui i conflitti si svolgano in condizioni di trasparenza verificabile sugli interessi in campo. È una condizione minima di igiene democratica. Ed è, al tempo stesso, una delle forme più efficaci di difesa della sicurezza nazionale.

Quali ragioni e conseguenze strategiche della decisione degli Emirati Arabi Uniti di uscire dall’OPEC e OPEC+ ed aumentare la produzione interna di petrolio?

È una mossa di portata storica, e il momento in cui è avvenuta non è casuale. Gli Emirati escono dall’OPEC proprio mentre il Golfo Persico è al centro di un conflitto che ha già chiuso lo Stretto di Hormuz. Sul piano delle motivazioni strutturali, gli Emirati Arabi Uniti erano il membro più influente dell’OPEC dopo l’Arabia Saudita, e uno dei pochi, insieme a Riad, con una significativa capacità produttiva inutilizzata in grado di influenzare i prezzi e rispondere agli shock di offerta. Abu Dhabi ha investito miliardi per espandere questa capacità e si è trovata sistematicamente costretta dai vincoli OPEC a non usarla. Sul piano geopolitico, la mossa degli Emirati riflette una traiettoria di politica estera che diverge sempre più dai vicini: Abu Dhabi è stata il primo Paese arabo a normalizzare i rapporti con Israele firmando gli Abraham Accords nel 2020, e la guerra in Iran ha ulteriormente esasperato le differenze con Arabia Saudita, Qatar e Oman, che hanno invece sostenuto un approccio più diplomatico. Le conseguenze per il mercato sono significative. L’uscita degli Emirati indebolisce la capacità dell’Arabia Saudita di gestire l’OPEC e potrebbe esercitare pressione al ribasso sui prezzi nel lungo termine, dato che Abu Dhabi ha ora piena libertà di aumentare la produzione senza vincoli di cartello. Nel breve periodo, tuttavia, l’effetto ribassista è paradossalmente bloccato proprio dalla chiusura di Hormuz: la capacità produttiva inutilizzata globale è concentrata nei Paesi del Golfo, ma finché lo Stretto è bloccato, quella riserva è di fatto inaccessibile. Per l’Italia, le implicazioni sono duplici. Da un lato, una maggiore produzione emiratina a conflitto concluso potrebbe calmierare i prezzi, una finestra che non va sprecata come nel 2014-2020, quando i prezzi contenuti ridussero l’urgenza della diversificazione lasciando l’Italia esposta alla crisi del 2022. Il mercato ci offre un’opportunità; spetta alla politica non sprecarla per la seconda volta. Dall’altro, l’indebolimento dell’OPEC come struttura coesa riduce la prevedibilità del mercato petrolifero globale, rendendo ancora più urgente per il nostro Paese ridurre la dipendenza strutturale dagli idrocarburi importati. È esattamente la ragione per cui la politica energetica non può più permettersi di ragionare per legislature: serve una visione ventennale, un mix credibile di rinnovabili e nucleare, e la volontà politica di costruire le condizioni necessarie per farlo.

Tags: energiaGravela

Redazione

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