L’esposizione della bandiera palestinese dal Campidoglio, sede simbolica della capitale d’Italia, non può essere letta altrimenti che come un atto carico di significato ideologico, che schiera un’istituzione su una delle questioni più complesse e drammatiche della geopolitica contemporanea.
Sui palazzi delle istituzioni devono sventolare le bandiere delle istituzioni: quella della Repubblica, quella dell’Unione Europea e, quando necessario, quella delle Nazioni Unite. Ogni altra scelta è un gesto politico, non istituzionale. E, come tale, è divisivo.
Difendere i diritti del popolo palestinese è doveroso, così come criticare le politiche del governo Netanyahu può essere legittimo. Ma esporre una sola bandiera, in modo unilaterale, mentre Hamas continua a detenere ostaggi civili israeliani e a perpetrare atti terroristici, significa ignorare il diritto di Israele a esistere e a difendersi. Significa rinunciare alla sobrietà istituzionale per indossare una divisa ideologica.
Il 7 ottobre 2023, di fronte al barbaro e vigliacco attacco terroristico di Hamas contro civili inermi, non risultano esposizioni di bandiere israeliane sugli edifici istituzionali italiani. Né si ricordano mobilitazioni in nome del “popolo ebraico”. Eppure, se l’indignazione deve valere, deve valere per ogni civiltà calpestata.
In quelle ore drammatiche, mentre le immagini del massacro correvano sotto gli occhi del mondo, il “popolo delle kefiah” era altrove: distratto, silente, forse persino imbarazzato. E per molti, il diritto di Israele a esistere e a difendersi non sembrava nemmeno degno di menzione. Un silenzio colpevole, che tradisce non solo l’assenza di empatia, ma la scelta ideologica di schierarsi a senso unico, sempre e comunque “contro”.
Fortunatamente per la credibilità del Paese, la politica estera è competenza dello Stato e non dei sindaci – i quali, se hanno il diritto di esprimere opinioni, hanno anche il dovere di mantenere sobrietà e imparzialità nelle istituzioni locali. Solo così si può esercitare la responsabilità di affermare i valori della civiltà occidentale senza cedere al conformismo ideologico.
In questo senso, la giunta capitolina guidata da Roberto Gualtieri ha commesso un grave errore: ha trasformato un’istituzione che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini in uno strumento di militanza identitaria. Il Campidoglio non è un balcone da cui sventolare solidarietà selettive, ma il cuore simbolico della Repubblica, che richiede misura, equilibrio e responsabilità. Un gesto come quello compiuto dal sindaco, in perfetta sintonia con la linea largamente presente a sinistra, tradisce il dovere di laicità che le istituzioni devono mantenere, soprattutto in presenza di scenari internazionali così laceranti.
Con un tocco di beffarda incoerenza, poi, questa negazione della laicità è stata consumata proprio il 20 settembre, data in cui l’Italia celebra la Breccia di Porta Pia: la conquista della laicità dello Stato, non certo il trionfo delle appartenenze ideologiche. È difficile pensare a una data più stonata per travestire il Campidoglio da megafono militante.
Serve coraggio per dire, come fanno i Repubblicani, che la laicità non è indifferenza, ma un principio attivo di giustizia e libertà.
Giuseppe Mazzini ci ha insegnato che ogni causa nazionale è legittima solo se fondata sul rispetto della libertà degli altri popoli. Oggi, essere dalla parte giusta significa difendere il diritto di Israele a esistere, lottare contro il terrorismo e sostenere una soluzione pacifica basata su due popoli e due Stati.
Per questo, se c’è una bandiera da issare nei palazzi istituzionali, è certamente quella della convivenza civile, non quella del rancore. E per questo, come Repubblicani, restiamo – oggi come sempre – dalla parte del Diritto come fine, della Pace come mezzo e della Ragione come pratica.
Se la kefiah è diventata oggi il simbolo di una militanza “contro” – contro Israele, contro l’Occidente, contro le democrazie liberali – e se ha finito per sostituire l’eskimo come uniforme di un radicalismo più reattivo che propositivo, allora è comprensibile che possa entrare nel cuore di una parte politica. Ma non è affatto accettabile che entri nel cuore delle istituzioni. Le istituzioni democratiche rappresentano tutti, non una fazione; devono essere presidio di equilibrio, non strumenti di propaganda. In democrazia si vince per governare secondo un programma, non per piegare le istituzioni al proprio sentire ideologico.
Schierarsi con un popolo non significa schierarsi con i suoi carnefici. La differenza tra un popolo e chi lo usa come scudo è una linea sottile, ma invalicabile: se confonderla è una colpa, cancellarla è una responsabilità. O, per meglio dire, un’irresponsabilità.
E se la memoria ha valore, allora deve valere sempre. È per questo che va ricordato, a chi oggi sventola la bandiera palestinese, che mentre la Brigata Ebraica combatteva al fianco dei partigiani per la Liberazione dell’Italia, il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini, collaborava attivamente con il regime nazista, promuovendo un’alleanza tra parte del mondo arabo e Hitler.
Chi dimentica o rimuove questi fatti per comodità ideologica non difende un popolo: mistifica la storia. E chi governa – sia una città o una nazione – non può permetterselo.
Chi sventola bandiere per mestiere dovrebbe ricordare che la vera bandiera da difendere è quella del pensiero critico, dell’equilibrio, della responsabilità. Le istituzioni non sono palchi per la propaganda, ma presìdi della Repubblica. E la Repubblica, per chi ci crede, non si piega ai venti dell’ideologia.
Non servono gesti teatrali, ma fermezza. Non serve scegliere da che parte “sentirsi”, ma da che parte essere: quella della libertà, della coerenza, della verità storica. Anche se non fa rumore. Anche se non fa notizia. Anche se non conviene.
Ed è proprio qui che il cuore repubblicano batte più forte. Perché essere Repubblicani non significa solo custodire una storia, ma incarnare un’etica pubblica che antepone la ragione al fanatismo, il diritto alla fazione, la responsabilità alla propaganda.
La Repubblica è la casa comune, non il megafono di una parte. È il tempio della legalità, non il teatro dell’ideologia.
Noi Repubblicani non ci limitiamo a ricordarlo: lo pratichiamo, lo difendiamo, lo testimoniamo Anche da soli, se serve, ma sempre dalla parte della libertà, della democrazia, della civiltà.







