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La lunga notte della Repubblica antifascista

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
4 Maggio 2024
in Attualità / Politica
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Gli insonni che dopo la mezzanotte di giovedì scorso erano ancora attaccati al piccolo schermo, hanno visto apparire d’incanto il volto severo del professor D’Orsi a dire che il fascismo in Italia non può tornare perché in verità non se ne è mai andato. E non se ne è mai andato per una questione di un certo peso, non abbiamo proceduto a quell’epurazione radicale della società italiana che sarebbe stata necessaria. D’Orsi ha perfettamente ragione, sia nel rilevare che il fascismo non è stato un incidente della storia, ma la conseguenza di un processo unitario mal impostato, un’espansione politica del regno del Piemonte e soprattutto che una volta piombati sotto un regime atroce come quello fascista pronto a cancellare ogni libertà civile per condurci al disastro bellico, l’antifascismo una volta vincente si è dimostrato di manica larga. Se il nipote di Pavolini, il principale responsabile del processo di Verona contro i traditori, era diventato redattore de l’Unità prima e deputato del Pci poi, figurarsi la carriera che potevano fare coloro che non avevano avuto un gerarca in casa. Tutti i famigli del regime erano rimasti al loro posto, cambiando solo casacca. Scorri gli elenchi di funzionari, amministratoti, professori, diplomatici, giornalisti e ti metti le mani nei capelli. Marat che voleva l’epurazione in Francia chiedeva cinquantamila teste. D’Orsi per realizzarla in Italia avrebbe dovuto chiederne 5 milioni.

Il ministro Sangiuliano ha appena ricordato Togliatti per le complicità e le responsabilità nell’eccidio degli anarchici spagnoli, e poi dei comunisti polacchi. Dato che ci siamo aggiungiamo anche le purghe sovietiche, quelle ungheresi, qualche omicidio esotico, Di buono c’è che il feroce Togliatti salvò almeno la vita ai fascisti italiani con l’amnistia. Poi visto che c’era se ne prese qualcuno nelle sue fila, ad esempio Ranuccio Bianchi Bandinelli, che da cicerone in camicia nera di Hitler a Firenze nel 1936, divenne iscritto comunista nel 1944. Di Bandinelli si è occupato il professor Canfora, scagionandolo dalle accuse dell’omicidio Gentile. Bandinelli non era “fascista nell’anima”, aveva giurato fedeltà e basta. Canfora, precisissimo, ricorda come l’ordine venne dal comando alleato, secondo la testimonianza di un gappista del gruppo di fuoco che uccise il filosofo. La ragione di quest’ordine, invece, Canfora la dovrebbe ancora spiegare. Quale vantaggio avessero avuto inglesi o americani di eliminare Gentile, quando salvarono Graziani, e perché si rivolsero ai gappisti per ucciderlo.

Comunque la si metta, si capisce il disagio del professor D’Orsi per l’evoluzione di questa lunga storia, una cultura nettamente estranea, se non proprio avversa, all’antifascismo posta alla guida dell’Italia. Poteva immaginarselo un vecchio antifascista vedere il fascismo cacciato dalla porta, rientrare dalla finestra? Chiedetelo a Berlinguer che si incontrava cordialmente con Almirante. Certo a quell’epoca ancora si confidava nelle sorti magnifiche e progressive dell’umanità. Figurarsi pensare ora ad un qualche sussulto, magari il dubbio che si abbia sbagliato noi antifascisti qualcosa. Mai fosse, meglio imprecare contro un destino cieco e baro. Possiamo consolare il professor D’Orsi ed anche il professor Canfora con una annotazione, e cioè che l’anima dell’onorevole Meloni non è gioco forza la stessa di Mussolini. Mentre per chi di anime capisce poco, l’Italia “ancora fascista” del professor D’Orsi, fa parte della Nato, cioè è suo malgrado collocata in quell’alleanza con l’America e l’Inghilterra che il fascismo di Mussolini aveva rifiutato per stringersi alla Germania nazista. Storici ed intellettuali tanto meritamente rinomati come D’Orsi e Canfora, capiranno al volo la differenza. Non fosse che magari, vorrebbero lasciarla lo stesso la Nato.

Tags: D'Orsi
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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