Dopo Mario Guidazzi ci ha lasciato anche Giorgio Mosconi. In pochi giorni abbiamo perso, l’uno dietro l’altro, due amici carissimi del partito repubblicano emiliano romagnolo. I legami che avevamo con entrambi, oltre che politici, personali, erano molto profondi. Giorgio combatteva da un paio d’anni con un male che ha avuto alla fine il sopravvento. Se dobbiamo ritrarre un esempio di militanza repubblicana leale ed appassionata pensiamo a lui, con lui abbiamo condiviso centinaia di ore a cominciare dal congresso che si tenne proprio a Rimini nel 1989. Da allora ogni passaggio delicato e fondamentale della vita del partito è stato condiviso e discusso con Mosconi. Potremmo dire che tutti i bocconi amari li abbiamo ingoiati insieme tanto che appena si poteva ti portava in un ristorante del centro di Rimini a poche centinaia di metri dal Grand Hotel. “Tin bota” era il suo motto, tieni duro.
Molti di noi lo hanno conosciuto anche meglio e da prima di quella data perché la sua militanza repubblicana affonda nella più giovane età. A Rimini il partito aveva numericamente un peso politico inferiore rispetto a centri come Cesena, Forlì e Ravenna e Giorgio ben consapevole di questa situazione francamente se ne infischiava. Amava Rimini e la sua splendida autonomia in un completo disinteresse personale. Nel dubbio sposava sempre la linea nazionale, anche quando non ne era completamente convinto. E tuttavia poi la sosteneva con una formidabile coerenza badando bene di evitare attriti con chi nel partito la pensava diversa. Aveva solo una remora verso chi aveva lasciato il partito, ritenendo che fosse inutile cercare di riavvicinarlo o di farlo rientrare.
Nel partito emiliano romagnolo pochi sono stati amati da tutti come Mosconi. Non ricordiamo una sola riunione nazionale a cui siamo stati in tutti questi anni senza vederlo, ascoltarlo e se si poteva, andare a pranzo insieme. In particolare ai congressi nazionali Giorgio ti telefonava prima per dirti dove avrebbe alloggiato o chiederti dove ti saresti trovato tu. Anche per questo è dolorosissimo sapere che tra pochi giorni al 50esimo congresso non potremo abbracciarlo come pure avevamo voluto fare ancora una volta.






