«Gli Stati Uniti d’America stanno finalmente cambiando regime dopo aver passato la vita a cercare di cambiare gli altrui. Trump sta pilotando il congedo dalla democrazia liberale, canonico marchio da esportazione.» Così scrive Lucio Caracciolo oggi su Repubblica in un articolo che fotografa con lucidità e realismo un fenomeno che in troppi, in Europa, si ostinano a sottovalutare o liquidare come una bizzarria temporanea.
La “rivoluzione trumpiana”, come la definisce Caracciolo, non è un’anomalia americana né una parentesi folkloristica. È un processo profondo di mutamento del regime politico statunitense, che potrebbe avere conseguenze durature ben oltre i confini degli USA. E noi, europei e repubblicani, non possiamo restare a guardare.
La presidenza Trump, oggi al suo secondo mandato e forse già proiettata verso un terzo, non rappresenta semplicemente un episodio di populismo spinto. È il frutto di una crisi di legittimazione del sistema politico americano che dura da anni. Il potere esecutivo si è progressivamente accentrato, il Congresso è in coma profondo e la partecipazione politica si è svuotata di senso per una parte crescente della popolazione. Gli ordini esecutivi di Trump, sempre più simili a ukaz autocratici, sostituiscono il dibattito democratico. E lo fanno con il plauso di un elettorato che non si riconosce più nei valori fondanti della democrazia liberale.
In questo scenario, non serve rifugiarsi nella comoda condanna morale del personaggio Trump. Come scrive ancora Caracciolo, “concentrarsi sulla psicologia di Trump, indubbiamente eccentrica, con tratti patologici, è il miglior modo per non capire il cambio di regime in corso”. Il vero pericolo non è l’uomo solo al comando, ma il modello culturale e antropologico che sta cercando di imporsi: un “nuovo americano” nostalgico, bianco, nazionalista, impaurito dalla diversità, ostile alla cooperazione internazionale e determinato a riportare l’orologio della storia indietro di settant’anni.
Tutto questo riguarda da vicino l’Europa. Per decenni abbiamo affidato agli Stati Uniti non solo la nostra sicurezza militare, ma anche una parte della nostra legittimazione politica. L’America era il faro della democrazia, il modello a cui ispirarsi, il pilastro dell’ordine liberale globale. Oggi quell’America non c’è più. E non è detto che torni.
Come europei, dobbiamo accettare l’idea che l’Alleanza Atlantica, pur restando fondamentale, non può più essere vissuta come una dipendenza. Il vincolo transatlantico non deve essere rotto, ma deve essere ribilanciato. Se la Casa Bianca sceglie il protezionismo, il disimpegno internazionale e la politica del “prima gli americani”, l’Europa non può rispondere con il silenzio o con l’adeguamento passivo. Deve trovare una voce propria. Deve assumersi la responsabilità di difendere i suoi valori e i suoi interessi, anche a costo di scontentare l’alleato storico.
Non si tratta di antiamericanismo, che non ci appartiene. Si tratta, al contrario, di credere così tanto nel valore della democrazia liberale da volerla difendere anche quando chi l’ha inventata sembra rinnegarla. La crisi americana, come ha scritto Caracciolo, impone “costi cui non siamo preparati, non solo materiali ma psicologici e culturali”. E ci costringe, noi europei, a decisioni che fino a ieri sembravano impensabili.
Come Repubblicani, non possiamo che ribadire i nostri valori fondativi: la difesa della democrazia parlamentare, l’autonomia della politica europea, la laicità dello Stato, e la fedeltà ai principi del liberalismo riformatore. In un mondo che scivola verso nuovi autoritarismi, la nostra tradizione risorgimentale, mazziniana e repubblicana rappresenta una bussola irrinunciabile. Non ci interessa rincorrere l’illusione di un sovranismo regressivo, né l’opportunismo di chi oggi finge europeismo mentre svende ogni dignità diplomatica a colpi di selfie e strette di mano con i potenti di turno.
Proprio per questo, è impossibile non denunciare le gravi contraddizioni dell’attuale governo italiano in politica estera. La Presidente Meloni si è distinta per una servile piaggeria verso Trump, anteponendo la propria collocazione ideologica alla credibilità dell’Italia nel contesto europeo e atlantico. Il vicepresidente Salvini urla da anni uno sovranismo sguaiato che mal si concilia con i vincoli e le responsabilità di una nazione membro del G7 e della NATO. Il Ministro degli Esteri Tajani si sforza di mantenere un profilo europeista, ma il risultato è un’ambiguità strutturale che indebolisce la nostra posizione internazionale, rendendola contraddittoria, opaca e inaffidabile.
Mai come oggi tornano attuali le parole di Ugo La Malfa, quando ammoniva che bisognava «tenere l’Italia aggrappata alle Alpi, perché non scivoli nel Mediterraneo». Una metafora chiara, che significa una cosa sola: l’Italia deve restare ancorata all’Europa, alla sua cultura politica, alle sue istituzioni, alla sua vocazione democratica e liberale. Ma chi oggi governa il nostro Paese dimostra di non aver affatto compreso, o forse di aver scientemente rinnegato, questa lezione.
L’Europa deve svegliarsi. Deve smettere di comportarsi come “provincia dell’impero in regressione”, ancora parole di Caracciolo, e iniziare a comportarsi da attore globale. Serve una politica estera europea autonoma, capace di rispondere alle sfide della competizione internazionale e di proteggere la coesione interna del nostro continente. Serve una difesa europea, anche per dare senso a una NATO sempre più asimmetrica. Ma, soprattutto, serve una chiara volontà politica: quella di restare fedeli a un’idea di libertà che non è fatta di slogan, ma di istituzioni, di pluralismo, di diritti e di responsabilità.
La rivoluzione trumpiana è un campanello d’allarme. Ma, per l’Europa, può anche diventare un’occasione: quella di uscire finalmente dall’adolescenza strategica e affermare la propria maturità democratica. Se sapremo raccogliere questa sfida, potremo guardare al futuro con speranza. Altrimenti, saremo condannati a vivere nel riflesso sbiadito di un alleato che non ci guarda più.
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