Nel 1973 con gli accordi di pace di Parigi, Nixon aveva portato a casa la fine delle ostilità in Vietnam. Dopo cinquant’anni l’opinione pubblica europea e forse parte di quella americana, non ha ancora capito che nessuno al Pentagono aveva mai pensato di salvare il regime corrotto di Saigon. Kennedy autorizzò il colpo di Stato militare con cui ci si liberò di N’Diem, perché N’Diem sarebbe stato capace di vendersi ai comunisti come Sihanouk in Cambogia. L’America non combatteva in Vietnam per un paese che era già in mano ai vietkong. Combatteva per il resto dell’Indocina francese. Negli accordi di Parigi, tempo cinque anni, un referendum popolare avrebbe unificato il Vietnam. Hanoi approfittò delle dimissioni di Nixon per anticipare i tempi e la nuova presidenza statunitense inghiottì lo smacco. Appena ritirate a truppe, il Congresso non aveva nessuna voglia di rinviarle. Quanto a Gerald Ford non avrebbe saputo nemmeno come riposizionarle.
Se dopo cinquant’anni l’opinione pubblica europea crede che gli americani abbiano perso in Vietnam, ha maggior ragione di credere che abbiano perso ancora più nettamente in Iran. Gli iraniani non rispettano gli accordi più di quanto li possano aver violati i nord vietnamiti e soprattutto non è detto che si lascino abbindolare dagli investimenti economici. Anche se essersi liberati di Khamenei è sicuramente meglio di essersi liberati di Ho Ci Min. L’apertura dello stretto di Hormuz, non conviene all’America, conviene all’Iran. L’America avrebbe tutto l’interesse di tenere Hormuz chiuso, affamando di energia l’Asia e aumentando il prezzo del petrolio. Solo che l’America non ha fatto la guerra per Hormuz, anche se qualcuno ci avrà speculato, l’ha fatta per il nucleare iraniano. E questo è il punto scabroso della questione. L’unico modo per essere certi che l’Iran rinunzi all’atomica, è rovesciare il regime degli ayatollah.
Che Trump sappia muoversi con disinvoltura in questioni tanto complesse è discutibile. Gli americani non amano andare in guerra come più o meno tutti i popoli al mondo, e possono dimostrarlo alle elezioni di mid term. Preoccupato dei sondaggi, Trump ha bisogno di una tregua e nessuno gli impedisce di cantare vittoria. Sempre meglio che dover invadere l’Iran, tre volte grande l’Iraq, per non parlare del piccolo Vietnam.
Un bilancio serio della situazione internazionale presume tutti gli elementi di una Terza Guerra Mondiale a bassa intensità. L’America ha il vantaggio di aver ripreso il controllo del Venezuela e di aver staccato la Siria da Russia ed iraniani. Grazie ad Israele gli iraniani sono a mal partito a Gaza e in Libano, mentre non è chiarissima la situazione in Yemen. In compenso la Russia è sull’orlo del collasso. Nemmeno gli armeni vogliono più stare con Putin, giusto Orsini, Conte e Vannacci. Tutto il Caucaso meridionale si è ribellato e sono gli stati del Caucaso meridionale a separare la Russia dall’Iran.
Poi russi ed iraniani, lo si è visto, sono ossi duri pronti a vender cara la pelle. Li frena la Cina che non ha nessuna intenzione di entrare nella partita militare. I cinesi hanno una vittoria facile sul piano commerciale, perché mai impelagarsi in un campo che non è più di loro competenza da quasi mille anni? Anche agitare il fantasma nord coreano non comporta una mossa particolarmente preoccupante. Senza un intervento cinese, l’aggressione al Taiwan, russi ed iraniani devono limitare le loro pretese. Questo segna un vantaggio per Trump, non di poca rilevanza. Da qui a pensare che si sia evitato il conflitto o che l’abbiamo scampata, ce ne passa.
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