Lasciata la Siria con una flotta russa costretta a cercarsi un riparo in qualche porto nel Mediterraneo, l’Ucraina ha perso valore strategico. Cosa se ne fa Putin dei 180 villaggi in macerie conquistati nel Donbass quando non controlla più il governo di Damasco? E all’Inghilterra, cosa importa se la Russia a questo punto si riprendesse anche Odessa, quando avrà problemi a passare i Dardanelli? I turchi si sono confermati i veri nemici di Putin come lo sono sempre stati dei russi per ragioni naturali. Anche i turchi rivendicano possedimenti imperiali e da prima di Pietro il Grande. .
La guerra in Ucraina ha prosciugato le forze di Putin al punto di non aver più potuto difendere la Siria. La Russia si è ritirata dall’Africa. Alla conferenza di fine anno mancava una domanda fondamentale, quante perdite hanno avuto i russi nel Sahel dopo la morte di Prigozin? Perché la Russia che avanza di ben dieci chilometri al giorno nel Donbass, metraggio che fa un po’ ridere per un esercito che si crede vittorioso, ha perso in cinque ore mille chilometri in Mali dopo l’attacco delle milizie locali alla ex Wagner. La Russia ha smesso di combattere in Mali, si è ritirata, completamente. Il sogno di espansione africana di Putin ha vacillato miseramente e l’Ucraina a questo punto diventa giusto una questione di stizza.
Alla cena dei capi di Stato europei Zelensky si è presentato sapendo di essere con le spalle al muro. Nessun cosiddetto alleato avrà voglia di dargli più un euro per riprendere territori che Putin può tenersi benissimo, dal momento che non gli servono più a niente. Putin controllerebbe tutto il mar Nero come un pesce il suo acquario. Dovrebbe ricominciare daccapo una strategia politica in Medio oriente, fallita miseramente. Un’ impresa cinquantennale andata in fumo in poche settimane. Putin se ne rende conto? Crusciov perse l’Egitto e lui la Siria e Crusciov perse l’Egitto principalmente perché l’Iran all’epoca era un alleato statunitense dell’area quando Putin se l’è trovato e senza merito alcuno, schierato dalla sua parte l’Iran.
Anche se la Russia fosse finalmente in grado di fare a pezzi le deboli forze ucraine dopo la caduta di Damasco, persino Putin si chiederebbe se ne valesse la pena. Meglio normalizzare le relazioni con l’occidente, ritrovare un dialogo con la nuova presidenza statunitense, rimettere in piedi qualcosa di simile alla conferenza di Yalta, riannodare il filo dell’antifascismo che fece della Russia staliniana una potenza di tutto rispetto capace di conquistare l’Ucraina in cinque minuti nel 1918, il tempo che la cavalleria cosacca fuggisse da Kyiv davanti all’armata rossa. Tutto questo prestigio Putin se lo è giocato bombardando l”Ucraina per mille giorni senza costrutto. Magari potrebbe accettare la tregua in cambio della testa di Zelensky. La trovata delle elezioni in Ucraina per trattare, fatta da uno che le elezioni le vince perché l’opposizione viene assassinata in carcere, è davvero notevole. La faccia di bronzo e la provocazione, questo è Putin quando vuole lasciare i panni da criminale di guerra che indossa quotidianamente.
Ci sono quindi le condizioni per realizzare una pace, una pace ingiusta, ovviamente, dove i russi si terranno quello che più o meno hanno conquistato con l’invasione. Andrebbe invece ancora risolta la crisi del Kursk, dove la mossa strategicamente priva di senso, ha pagato Zelensky, quando la contro offensiva estiva lo aveva ridicolizzato, Putin ancora non ha cacciato gli ucraini dal Kursk. L’unica autentica controindicazione alla pace come possibilità concreta resta l’idea dei duecentomila soldati europei schierati sulla linea del fronte. I russi non la possono accettare la vedrebbero e davvero lo sarebbe, come una minaccia. Solo Bonaparte schierò duecentomila uomini tra la Bielorussia e l’Ucraina e oggi gli europei non dispongono di una simile forza di interposizione. Se davvero nelle cancellerie si valuta una siile ipotesi, la guerra continuerebbe anche se senza convinzione. Per cui potrebbe persino essere più feroce.
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