Anche se sarebbe bello da credere, la Costituzione repubblicana del 1948 non assomiglia nemmeno lontanamente alla Costituzione della Repubblica Romana del 1849. La costituzione italiana diverge da quella romana fin dal primo capoverso del suo primo articolo. Fondare una Repubblica sul lavoro per i repubblicani del’800 sarebbe qualcosa completamente priva di senso, sempre ammesso che ne abbia per quelli di oggi. La profonda differenza fra le due Repubbliche si comprende dal decreto istitutivo del 9 febbraio, senza nemmeno bisogno di aspettare il testo costituente scritto tra giugno e luglio, cioè quando la Repubblica sta morendo.
L’ Articolo 1 del Decreto recita: “Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato romano”. L’Articolo 2 aggiunge: “il pontefice romano avrà tutte le guarantigie necessarie per la indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale”. La Repubblica romana è fondata sulla fine del papato come regno, cosa affatto diversa dalla fine della monarchia. L’Assemblea romana esclude la possibilità che esista una Chiesa “libera” sul suo territorio, così come qualsiasi forma concordataria. Nel 1848, il papa è fuggito, un secolo dopo, il re viene cacciato. Il primo atto amministrativo della Repubblica Romana, fu il sequestro dei beni ecclesiastici, insieme alla requisizione di ogni possedimento del clero. Non fu fatto per odio scristianizzatore. Bisognava risanare il deficit dello Stato creato e alimentato dallo stesso governo della Chiesa. I Savoia non disponevano di ricchezze simili nemmeno nel secolo successivo ed il loro Tesoro era già dello Stato. All’epoca si diceva, le casse sono vuote, i conventi sono ricchi.
Per il presupposto ideale della Repubblica, bisogna leggere invece l’articolo 3: “La forma del Governo dello Stato romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana”.
Ancora due anni fa, in occasione dello sceneggiato della Rai dedicato a Goffredo Mameli, il presidente della Associazione mazziniana, Michele Finelli, scrisse cortesemente alla voce repubblicana, per sottolineare il concetto di democrazia pura. Finelli interpretava la democrazia pura, alla Buonarroti, ovvero come l’esclusione dell’aristocrazia dal processo democratico, non fosse, appunto, che sono decine gli aristocratici che partecipano alla rivoluzione Romana. Luciano Manara è conte come Morosini, per non parlare della principessa di Belgioioso. La rottura fra Mazzini e Buonarroti si consuma sulla questione aristocratica. A contrario di quella francese, l’aristocrazia italiana avrebbe avuto solo da guadagnare con l’emancipazione nazionale.
La formula della democrazia pura esclude i partiti, non gli aristocratici. Mazzini lo dirà a chiare lettere il dieci marzo alla prima Assemblea parlamentare a cui partecipa. L’unità popolare repubblicana non potrà essere dilaniata da uno scontro di fazioni. “Destra” e “sinistra” sono descritte come categorie monarchiche insopportabili per una Repubblica. In Mazzini si coglie ancora un eco lontano del Saint Just del 1793,” Toutes le factions sont elles criminelles“, e questo è ovvio. Soprattutto viene recuperato il decreto di Le Chapelier, per cui “Il n’y a plus de corporation dans l’Etat“. La Repubblica Romana non accetta di tutelare l’interesse particolare dell’individuo davanti all’interesse generale della nazione. “Il n’est permis à personne d’inspirer aux citoyens un intérêt intermédiaire, de les séparer de la chose publique par un esprit de corporation”. Quello che Le Chapelier pensava principalmente per il mondo del lavoro, sarebbe divenuto il principio dello Stato d’emergenza. Mazzini a Roma teme qualsiasi divisione della volontà popolare. Appena arrivato vede già profilarsi la crisi che minaccia la tenuta della Repubblica.
Garibaldi, quando viene rimosso dal comando della difesa di Roma. accuserà Mazzini di essere un dittatore. Il temperamento impulsivo del marinaio aveva compromesso le relazioni con la Francia che Mazzini stava perseguendo riservatamente. La situazione internazionale era tale che le difficoltà di Mazzini erano le stesse di Luigi Bonaparte. Garibaldi nemmeno immaginava tale complessità e gli italiani del 1948, hanno purtroppo imparato da Garibaldi, non certo da Mazzini, a valutare le questioni internazionali.
Non c’era dubbio che Mazzini esercitasse sull’Assemblea romana un primato indiscutibile, infatti la Costituzione avrebbe affidato ai consoli tre anni di governo, imponendo poi loro le dimissioni. Anche Roma antica aveva il dittatore per governare le emergenze. Il Senato fissava un limite temporale nelle tre settimane, dopo di che il dittatore veniva rimosso dal suo incarico. Cincinnato lo restituì prima. Mazzini era affiancato da altri due consoli, rispondeva ad una assemblea elettiva e la maggiore garanzia democratica plurale a cui era sottoposto era la scadenza del suo mandato, non rinnovabile prima di altri tre anni. Non c’era nessun bisogno dei partiti, indispensabili per assicurare il pluralismo nella Repubblica del 1948. La Roma del 1849 vide un solo partito posto al governo della Repubblica, il partito dell’unità popolare guidato da Mazzini. La differenza con la Repubblica italiana, non poteva essere più netta.
Museo della repubblica romana e della memoria garibaldina, Roma







