Una delle più belle strade di Ravenna – larga, diritta e bei palazzi – è certamente via Mariani. Parte da via di Roma con il fabbricato Galletti-Abbiosi dal singolare cantone tagliato (e c’è il motivo: doveva permettere al tramway di svoltare agevolmente in direzione di porta Nuova, diretto a Forlì) e si sviluppa sino a piazza Garibaldi, una volta piazza Alighieri. Qui, prima delle demolizioni del ventennio, la strada si restringeva, concludendosi idealmente nella piazza – allora priva del monumento dedicato a Garibaldi – e, soprattutto, introducendo il quartiere dantesco. Amo particolarmente questa zona ravennate, chiamata anche zona del silenzio. C’è un gioco sapiente di prospettive lunghe, una compattezza architettonica che tradisce quel che dovevano essere gli equilibri generali della città. L’ubicazione del sepolcro di Dante ne permette la vista sin da piazza del Popolo grazie all’apertura del Vòlto Perelli e anche dall’odierna via Corrado Ricci, sicché il tempietto settecentesco del Morigia – dai ravennati denominato con affetto critico “la zucarìra”, la zuccheriera – seppur di modeste dimensioni diventa il centro ideale dell’area che vede il monastero di san Francesco con i celebri chiostri, il Sepolcreto di Braccioforte, la chiesa di san Francesco con l’antichissimo campanile e, per concludere
l’ariosità della veduta, il vòlto Rasponi a fianco del palazzo di Arata, oggi sede della Provincia. Una zona che in qualche modo ha resistito alla scomparsa dell’Hotel Byron e allo sventramento degli antichi corpi di fabbrica posti su via Ricci, una volta via Mazzini: e a proposito di toponomastica, penso che meriterebbe una titolazione Pio Feletti, l’umile garzone che il 27 maggio 1865 rinvenne per caso le ossa di Dante. Come ho detto, amo questa zona: basta alzare gli occhi e ogni strada e ogni palazzo disvela aspetti nuovi e interessanti.
C’è poi un altro motivo e non mi si accusi di pubblicità occulta. Via Da Polenta si conclude d’angolo conil Palazzo Rasponi dove, fino al 1975, era l’elegantissima Drogheria Bellenghi. Oggi ospita la Ca’ de Ven, celebre enoteca, e qui al termine delle mie peregrinazioni mi fermo, con un languore dalle parti della coratella. Siedo a uno dei tavoli appartati dell’ingresso, quelli dispersi tra le alte scaffalature originali della drogheria che conservano la biblioteca del locale – storia romagnola di mare, di terre, di vini braccianti e mezzadri – e osservo il mondo. Studentesse, pensionati, turisti estasiati. Avvinazzati, ma di rango: dirigenti pubblici, capigruppo politici e portaborse annessi, notai, avvocati. Tutti al loro posto nel magnifico palcoscenico di luci e volte a ombrello affrescate. Quante storie avranno udito i pavimenti a scacchiera, le vetuste scaffalature piene di bottiglie delle più selezionate cantine romagnole? E quelle mura impastate di spezie, umori,
sentori, che oggi celebrano quel capolavoro di semplicità che è la piadina, la “adorea liba” degli antichi che serviva da piatto? Un locale ove si respira una storia fatta di vita minuta, quella storia che ha attraversato Ravenna quanto i popoli che vi sono passati e dei quali, in un modo o nell’altro, la città
capitale ha assorbito la cultura. Ed è questo lo straordinario amalgama che ne ha garantito nei secoli la sopravvivenza e l’unicità. Ogni riferimento ai giorni d’oggi, naturalmente, è puramente casuale.






