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La Repubblica fondata sullo sfruttamento del lavoro

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
4 Maggio 2023
in L'editoriale
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Per evitare lo sfruttamento del lavoro, c’è un solo modo, puntare sulla piena occupazione. Per cui servono investimenti e se non vogliamo aumentare il debito, presentare un piano adeguato di tagli alle spese. Non tutte infatti sono produttive, anzi. E’ invece piuttosto discutibile pensare che fissato il salario per legge, l’occupazione se ne avvantaggi. E’ più possibile che gli imprenditori chiudano e si trasferiscano altrove, e questo è ancora quanto può accadere nel caso migliore. C’è sempre il rischio di aprire una profonda smagliatura nel tessuto sociale introducendo un minimo salariale, esattamente come avvenne con il maximum nella prima repubblica borghese del 1793, in Francia. All’epoca il maximum imposto dal comitato di salute pubblica sulle derrate di prima necessità si estendeva anche al pagamento dei dipendenti. Il risultato fu la nascita di un mercato parallelo, se non altro perché ogni regione della Francia presumeva costi diversi che non si parificarono. Nel caso dei salari invece si arrivò immediatamente alle sommosse di piazza, perché i lavoratori retribuiti ritenevano di potere e dover guadagnare di più, soprattutto se dotati di specializzazione. Con il minimo salariale, replichi la stessa situazione a rovescio, livellando dal basso invece che dall’alto. L’operaio specializzato se ne va a lavorare dove trova un salario migliore ed il disoccupato è disposto anche ad accettare meno del minimo pur di guadagnar qualcosa, senza necessariamente garantire la bontà del fatturato.

La Francia di due secoli fa si misurava con l vuoto di potere avvenuto nello Stato e comunque poteva occupare le giovani generazioni nella guerra, abbassando quel livello di disoccupazione elevatosi con la perdita degli impieghi richiesti dagli aristocratici e del clero. Oggi, la Francia ha molti più disoccupati in proporzione ed i sindacati chiedono di aumentare i salari, non di fissarne il minimo. Un reddito di cittadinanza, in senso proprio venne elargito solo dalla Repubblica giacobina sulla base degli attestati di frequentazione dei club. In pratica, questo corrispondeva alla retribuzione dell’attività politica, non troppo dissimile a quella che nell’età contemporanea commissionavano i partiti. Ad esempio, nel secolo scorso, la federazione del Pci di Catania sostentava economicamente cento funzionari. Ecco un reddito di cittadinanza indirizzato politicamente. La Francia di oggi dispone di una legislazione che prevede gli aiuti a coloro che hanno perso il lavoro senza aver compiuto l’età, o senza il numero di trimestri necessari, per accedere alla pensione o alla pensione anticipata. Poi viene premiato il progetto di riconversione professionale. Se crei o rilevi un’azienda, oppure se partecipi a corsi di formazione, hai diritto all’indennità. Non ci sono “navigator” in Francia, così come ancora non c’è stato nessuno che sostenga che di lavorare non ci sia più bisogno e pretende un reddito universale.

Si potrebbe dire che la Francia sia avvantaggiata dalla ricchezza di una potenza imperiale e da una gestione dello Stato che ha goduto dell’amministrazione napoleonica capace di rimettere ordine negli squilibri rivoluzionari e nelle falle dell’Ancien régime. E questo sicuramente ha influito rispetto ad un paese come il nostro dove si ricorda Napoleone per i furti delle opere d’arte o, altrimenti, si era ostaggio delle corti dei piccoli principi, un paese conteso dall’Austria e diviso fra gli Stati della Chiesa. Per la verità è proprio l’idea repubblicana a fare la differenza. La Francia, soprattutto quella rivoluzionaria, credeva e continua a credere nel talento individuale, quando l’Italia confida principalmente nella giustizia sociale. Concretezza contro astrazione. Una volta stabilita la parità delle condizioni di partenza c’è chi pretende di soffocare anche qualunque diversità. E’ difficile comprendere come un individuo formi un collettivo e pure se ne distingua a cominciare proprio dal lavoro. Poi è facile dire che una Repubblica si fondi sullo sfruttamento del lavoro. Mentre è impossibile pensare che una Repubblica esista senza il lavoro. La questione è molto delicata, perché invece sono esistite repubbliche senza libertà, come Roma sotto il consolato di Mario.

Cgil, galleria

Tags: lavoroRepubblica
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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