Il più clamoroso errore della presidenza Trump in questa prima fase del suo mandato è la valutazione sulla guerra in Ucraina, che a suo dire sarebbe finita in poche ore dopo il ritorno alla Casa Bianca. Il popolo americano avrebbe il diritto di sentirsi ingannato, anche se Trump è riuscito per lo meno ad ottemperare alla prima necessità del suo elettorato, scaricare i costi della guerra altrove. Sui paesi europei, sulla Nato, su aziende private, non importa. Purché il contribuente americano non debba pagare la difesa di Pokrovsk.
Nel tentativo disperato di recuperare credibilità internazionale, almeno come uomo di pace, Trump si è lanciato nell’incontro in Alaska con Putin, dove è stato letteralmente ridicolizzato. Lo dimostra il fatto che l’amministrazione statunitense abbia dovuto censurare le immagini dell’applauso rivolto all’ex Kgb sul tappeto rosso. Pensare di poter avere un dialogo con Putin è stato ancora peggio di credere di porre fine al conflitto in 24 ore. Per riprendersi Trump ha dovuto indire un meeting con i leader europei, sopportare le mise improbabili di Zelensky e rimettersi interamente al volere degli alleati. Il risultato? Dopo essere apparso debole con Mosca, lo è apparso ancora di più con gli europei. Trump è uscito affondato nello scenario euroatlantico, tanto da occuparsi delle pizze da consegnare alla guardia nazionale a Washington, al limite, della flotta da inviare in Venezuela. Meglio che si tenga alla larga anche dal medio oriente.
Il fatto che Trump possa essere inciampato clamorosamente sulla situazione in Ucraina, sopravvalutando le sue capacità, significa poco o niente rispetto all’impegno americano per Kyiv. Questo non è mai stato in discussione. L’America non ha interesse a stabilire se il Donbass sia russo o ucraino, ha interesse che la Russia non si riprenda l’Ucraina. Una sconfitta indigeribile per qualunque amministrazione. La ragione per la quale Trump vorrebbe congelare il fronte e se Putin pensa di poterne approfittare per fare capitolare Zelensky, non si rende conto delle reazioni. A Putin conveniva tenere un bassissimo profilo, proprio perché le cose non gli vanno bene. Andassero bene, non avrebbe passato ferragosto in Alaska. Sarebbe andato a farsi i bagni in Crimea come facevano consuetudinariamente gli apparatckij comunisti di mezza tacca come lui.
Per esperienza si può dire che Trump è tipo da sbagliare il colpo, non di mollare la presa. Donald troverà il modo di riapparire sulla scena in una situazione più vantaggiosa. Nel frattempo i partner europei che fanno quadrato intorno a Zelensky devono solo preoccuparsi di essere credibili. Se Trump barcolla, l’Europa deve mostrarsi ferma. L’Italia è subito scivolata lungo distesa e con dichiarazioni che rivelano anche l’eleganza diplomatica di questo governo. Disgraziatamente, non si tratta solo della forma delle relazioni con gli alleati europei. Si tratta proprio della sostanza della politica nazionale. L’Italia non vuole che l’Ucraina usi le armi nel territorio russo, cioè deve solo subire senza rispondere, e non vuole mandare truppe di supporto. Magari nessuno le vuole mandare, bisogna solo evitare di dirlo, grazie. Putin ha un vantaggio strategico dovuto alle divisioni e alla paura dell’occidente. Continuiamo a mostrarci divisi ed impauriti ed i russi ce li ritroveremo sul divano di casa, perché gli ucraini, da parte loro e nonostante tutto, resistono eccome.
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