La manovra sulla scuola proposta dal ministro Giuseppe Valditara per il 2025 ha suscitato un acceso dibattito. Tra le principali misure spiccano il ritorno ai giudizi sintetici nelle valutazioni degli studenti, il ritorno del latino alle medie, nuove regole disciplinari per la condotta, l’introduzione dello studio della Bibbia e l’introduzione di concorsi per rinnovare il personale scolastico. Questi interventi se davvero mirano a migliorare l’efficienza dell’offerta formativa, occorre renderli scevri dal sospetto che vogliano rappresentare una sorta di controllo e indirizzo politico nel sistema educativo. Intanto bisogna ricordare al ministro Valditara che la Repubblica italiana è costizionslmente uno Stato laico. Infatti il principio di laicità, che non è affermazione dell’ateismo, sancisce anche che la scuola, come istituzione pubblica, deve essere neutrale rispetto alle religioni e alla politica, per garantire un’educazione che rispetti la libertà di pensiero, promuovendo il pensiero critico e l’autonomia dei futuri cittadini. Con questa premessa, non va demonizzato nemmeno lo studio della Bibbia (quella del canone ebraico/palestinese o quella del canone greco/alessandrino; quella della CEI o quella delle confessioni protestanti?), intesa come Antico Testamento, purché sia funzionale allo studio delle religioni e dei precetti etici e morali universali, senza imporre una religione in particolare. In questo senso, si rafforza il legame con la Costituzione italiana, che rappresenta il principale riferimento etico e morale della Repubblica. Parallelamente, è fondamentale introdurre lo studio della Costituzione stessa e rafforzare l’educazione civica, intesa come educazione al civismo, perché senza una solida formazione su diritti, doveri e valori democratici non si formano veri cittadini. Allo stesso modo, è necessario approfondire lo studio del Risorgimento, un momento cruciale della nostra storia nazionale, facendo finalmente conoscere come mai prima il ruolo dei suoi protagonisti. Tra questi, Giuseppe Mazzini spicca come figura centrale e padre della Repubblica.
Nonostante la sua importanza, Mazzini è forse il meno conosciuto, quando non volutamente disconosciuto, dei grandi del Risorgimento. Il suo concetto di ‘Dio, Patria e Famiglia’ è spesso strumentalizzato, ma andrebbe inteso nel senso autentico in cui lui lo concepiva: un trinomio laico, democratico e fondato su ideali di fratellanza universale. È tempo che il suo contributo venga pienamente riconosciuto e valorizzato, per far comprendere quanto questi valori, correttamente interpretati, siano ancora oggi fondamentali per costruire una società democratica e giusta. In questo contesto, la scuola deve fungere in primis come strumento di formazione civica, rispettando la laicità e non diventando veicolo di alcuna forma di indottrinamento. Purtroppo, come sovente accade con le manovre di questo Governo, anche quando si propongono cambiamenti condivisibili, queste proposte appaiono spesso mosse più da un’impostazione ideologica che da una reale volontà di utile riforma. Questo vale anche per la reintroduzione del latino che deve essere, infatti, un passo positivo per contribuire ad alzare il livello qualitativo dell’offerta educativa, arricchendo il bagaglio culturale degli studenti e stimolando il loro pensiero critico. Lo stesso dicasi per le nuove regole sulla condotta, che rischiano di essere influenzate da una visione che pare non voluta per aprire la strada a un’educazione libera e pluralista, ma pensata strumentalmente per limitare la libertà di pensiero, favorendo un approccio rigido e punitivo.
Non è con il ritorno a un sistema educativo che guarda al passato, alla tradizione, solo per nostalgie di una società più semplice o semplicemente governabile, che si può garantire l’innovazione necessaria per un Paese che vuole competere nel mondo. La scuola pubblica deve rimanere un bene di tutti per garantire nuove generazioni attrezzate per affrontare le sfide del futuro. Investire nella qualità degli educatori (che passa dalle competenze e non dall’appartenenza), nelle strutture scolastiche e nelle tecnologie, non è un’opzione, ma una necessità per rendere la scuola un ambiente adeguato alle esigenze dei giovani di oggi, senza rischiare di riportare indietro di 80 anni le lancette dell’orologio della storia. È solo così che possiamo costruire una società più equa, solidale e prospera, dove le opportunità sono davvero per tutti. Se questo è l’obbiettivo, ben venga anche la riforma Valditara; diversamente i repubblicani si dissociano da una manovra che assumerebbe solo il senso di utilizzare la scuola come strumento punitivo e coercitivo per indirizzare le future generazioni verso un pensiero unico che limiterebbe la libertà di scelta. E da Repubblicani non ci stanchiamo di ripetere che solo la scuola pubblica, cuore della nostra Repubblica, resta il baluardo che garantisce il diritto all’istruzione per tutti, senza distinzioni; perché è solo attraverso un sistema educativo pubblico forte e radicato nei valori della nostra Costituzione che possiamo formare uomini liberi e di buoni costumi e cittadini consapevoli e responsabili. Rafforzare la scuola pubbllica per garantire istruzione di livello ed educazione al civismo, non è solo un atto amministrativo, ma una scelta politica che afferma il primato della cultura e della civiltà nella costruzione del futuro della nostra nazione.







