La forza dell’America è sempre stata nella capacità di rinnovarsi e di mostrarsi un passo avanti rispetto ad ogni altra nazione, magari al costo di pagare prezzi molto alti e di compiere scelte traumatiche e discutibili. Anche per questo ci eravamo subito permessi su questo giornale di guardare con una certa difficoltà all’idea che mai si potesse assistere ad una riedizione dello scontro presidenziale di 4 anni fa, per la semplice ragione, che tale scontro, sarebbe apparso anacronistico agli occhi della stessa nazione americana.
Non c’è dubbio che il partito democratico avrebbe dovuto porsi il problema della tenuta politica del presidente Biden al momento delle primarie, se non addirittura precedentemente. Quando si superano determinate età, la forma fisica può essere soggetta più facilmente al decadimento ed un partito di governo ha l’obbligo di valutare ogni possibile implicazione. La stessa determinazione di Biden nel non voler ritirarsi dopo ave ottenuto la consacrazione alla candidatura per il secondo mandato, era supportata dal pieno diritto. Il partito democratico è mancato di capacità di previsione e del riguardo che meritava uno dei suoi rappresentanti più autorevoli. In più il successore indicato ancora non convince l’intero gruppo dirigente democratico, offrendo un’idea di impreparazione ed improvvisazione preoccupante da parte di una forza politica che pure ha ancora il compito di governo. Talmente aggressiva la campagna per forzare il ritiro della candidatura di Biden, che giunti a questo punto è persino lecito chiedere anche le sue dimissioni dalla Casa Bianca, come è stato subito fatto. Quello in cui è precipitato il partito democratico è dunque un autentico trauma politico che potrebbe rivelarsi fatale a pochi mesi dal voto, senza contare ovviamente, che Kamala Harris non gode del prestigio e dell’autorevolezza di Joe Biden, non dentro il partito, non soprattutto, nella società americana.
Tutte queste considerazioni e altre che se ne potrebbero aggiungere, non incidono sul dato fondamentale, ovvero che il partito democratico ritenga quella fatta la scelta giusta, non di silurare Biden, ma proprio di aver evitato di ripetere uno scontro retrodatato rispetto alle aspettative progressive di ogni americano. I democratici, anche se nel modo peggiore possibile, hanno detto all’America l’unica cosa che davvero importa, andiamo avanti . Nessuno poteva permettersi di fermarsi alla riedizione dello scontro epocale fra Trump e Biden e se il partito democratico ha perso la faccia, Trump ha perso di colpo il competitor che si preparava a battere. Alla fine della fiera i democratici hanno saputo rinnovarsi, il Gop no, si trascina ancora dietro a Trump.
Può darsi benissimo ora che Trump si ritrovi la vittoria in tasca. Per lui sarà difficile credere di doversi fronteggiare con una candidata di ripiego come la Harris, che nemmeno i democratici prendono sul serio. Trump, portato com’è alla battuta incisiva ed ai colpi di teatro, se la mangerà in un boccone Kamala. La posizione di vantaggio in cui si trova Trump è dunque formidabile, tramite per una cosa, ovvero, che adesso è diventato lui il candidato più anziano della storia statunitense. Fino a ieri l’elemento portante della campagna di Trump era per l’appunto che Biden fosse troppo vecchio. Adesso a Trump resta un solo timore, se stesso..
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