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L’altra Italia

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
5 Aprile 2024
in L'editoriale
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Nella sede storica della Lega di via Bellerio a Milano, c’era un busto di Cattaneo che in effetti era un gran un bel vedere per un partito. Il massimo che si incontrava. Altrimenti c’erano foto di Don Sturzo, un prete, ritratti di Gramsci, che poveretto ci aveva lasciato appunti sul Risorgimento piuttosto miserelli e il conte di Cavour, che davvero ce lo si risparmia. Cattaneo per quanti urti ebbe con Mazzini condivideva l’idea repubblicana e soprattutto si era battuto nelle cinque giornate contro gli austriaci. Per questo dal 1848 si trasferì in Svizzera dove sarebbe poi morto esule anch’egli. E come Mazzini si recò a Napoli nel 1860, chiedendo al generale Garibaldi di non concedere l’annessione ai Savoia del disciolto regno borbonico, ma di costruire delle repubbliche sorelle del Mezzogiorno per un’Italia federale. Garibaldi disse no a Mazzini che chiedeva il plebiscito e a Cattaneo che voleva il federalismo. Il generale disse no ad un’altra storia di Italia.

Che poi alla Lega fosse perfettamente chiara questa ricostruzione storiografica e cosa esattamente comportasse, non si può dire con certezza. Di fatto non c’era nessuna simpatia verso Garibaldi, considerato al dunque un semplice agente dei Savoia, magari un torto alla memoria del generale, il cui valore era indiscutibile, ma un giudizio politico ponderato. Mentre su Mazzini ricordiamo solo Bossi ospite alla sede del Pri a Corso Vittorio. Il Senatur si fermò davanti al suo busto in corridoio qualche secondo con un sorriso ammirato, “Mazzini”, disse, e concluse la sua visita. Erano gli anni in cui la Lega aveva rinunciato alla minaccia scissionista e tutto sommato anche sottoposto l’idea federalista alla priorità dell’interesse nazionale. Dal che è impossibile comprendere come poi su tali presupposti si potesse arrivare a firmare accordi con “Russia Unita”. Se c’è un paese che è centralista molto oltre a a quello che poteva essere l’Italietta sabauda e sicuramente più della Repubblica italiana, quello era la Russia in tutta la sua intera storia. A rigori, la Lega, se proprio volesse ripercorrere la strada delle origini dovrebbe essere il partito dell’Ucraina, della Georgia e quant’altro, sovrane ed indipendenti, perché vessate sempre e comunque dall’impero russo. In confronto a quelle la Lombardia, “sotto Garibaldi”, era un paradiso.

Per questo fa piacere sapere che in Parlamento gli esponenti della Lega si siano preoccupati nella giornata di ieri di smentire qualunque tipo di cooperazione ulteriore con i russi, rivendicando, anche con qualche orgoglio, una politica governativa piuttosto salda a sostegno dell’Ucraina. C’è stato un lungo periodo in cui non solo Salvini diceva che si trovava meglio a Mosca che a Bruxelles, ma che proprio tutti i deputati leghisti ostentavano sulle loro pagine social foto di Putin e bandiere russe al posto dello stendardo di Alberto da Giussano. Bisogna sperare che quest’epoca si sia conclusa e la Lega si sia convinta di dover guardare alla realtà internazionale per lo meno con gli occhi del governo.

Queste perchè le simpatie per la Russia sono molto profonde in Italia che pure si diede sin dal suo inizio un allure internazionale partecipando, in maniera molto modesta per carità, alla guerra di Crimea, ovvero alla seconda grande guerra europea contro la Russia. La prima la fece da solo Bonaparte. Per cui tutta l’Europa della Restaurazione fu alleata della Russia e questo ha comportato una simpatia ulteriore per un regime che di simpatico non ha nulla, per lo meno per chiunque si volesse incamminare sulla strada della democrazia moderna. Lo stesso fatto di avere avuto un partito comunista forte del consenso del trenta per cento degli italiani dipendente da Mosca, unico paese occidentale, dà un’idea di quelle che possono essere le implicazioni residue di una ramificazione che la Russia poteva mantenere in Italia e del peso che queste ancora assumono in un momento di confronto tanto aspro. Circolano dei residuati della guerra fredda di cui nemmeno ci si ricordava l’esistenza. La Russia è imbattibile ci spiegano, e magari hanno ragione. Solo che se questa potenza imbattibile minaccia l’Italia, se l’Italia cedesse alle minacce sarebbe la solita vecchia italietta. Dai tempi di Mazzini e di Cattaneo si voleva costruire un grande paese.

Museo storico del Risorgimento e della memoria Garibaldina di Roma

Tags: Mazzini
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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