C’è un segreto indicibile che unisce i piani alti del Nazareno, i salotti del Movimento 5 Stelle e i tinelli radical-chic dell’alleanza Verdi-Sinistra: vincere le elezioni non è più una priorità. Anzi, a guardare bene le ultime mosse della ditta, governare è diventato un fastidioso contrattempo. Molto meglio, molto più comodo e infinitamente meno rischioso gestire la splendida, redditizia e garantita rendita di posizione dell’opposizione.
Benvenuti nell’era dell’Opposizione S.p.A., un consorzio politico che ha barattato la vocazione al governo con il diritto al “posticino” sicuro nel listino proporzionale. Un club esclusivo di professionisti della sconfitta che, applicando una perversa matematica della sottrazione, riesce nell’impresa di trasformare ogni potenziale maggioranza in un’allegra armata Brancaleone che gioca a perdere prima ancora che si aprano le urne.
Prendiamo l’ultimo, grandioso capolavoro comunicativo: il feticcio della patrimoniale. Brandito nei talk show domenicali come il Santo Graal della giustizia sociale, ha l’unico, matematico effetto di terrorizzare il ceto medio, i piccoli risparmiatori e quella schiera di italiani che ha commesso il reato di comprarsi una casa con una vita di lavoro dipendente.
Il bello è che mentre si agita lo spauracchio di nuove tasse, sul tavolo della discussione giace un buco nero da 100 miliardi di euro all’anno: l’evasione fiscale. Ma aggredire l’evasione richiede pragmatismo, incrocio di banche dati, riforme serie e, soprattutto, la fatica di governare. Molto più facile evocare una tassa sui patrimoni, far scappare a gambe levate l’elettorato produttivo e regalare alla destra il più facile degli argomenti da campagna elettorale.
Il Centro cancellato e lo schiaffo a chi produce
In questa foga di purezza identitaria, il cosiddetto “campo largo” (o quel che ne resta) ha letteralmente espulso dal proprio radar l’ossatura del Paese: artigiani, professionisti, piccole imprese, partite IVA. Quel mondo delle autonomie che non chiede sussidi o bonus monopattino, ma chiede solo semplificazione, infrastrutture e burocrazia zero.
Trattare questo immenso blocco sociale come un fastidioso residuo del novecento o, peggio, come un covo di evasori da spremere, significa aver perso il contatto con la realtà economica delle regioni produttive. A completare l’opera ci pensano poi i “solisti del Centro”: partitini del 3% che giocano a fare i mediatori di se stessi, correndo da soli per pura testimonianza egoistica e finendo per fare da involontaria stampella alla destra nei collegi uninominali.
Le “supercazzole” sulla sicurezza
E se sul fisco si scivola nell’ideologia, sulla sicurezza si entra direttamente nel campo della fantascienza sociologica. Di fronte alla richiesta sacrosanta di ordine, decoro e controllo del territorio che arriva dalle periferie, dalle stazioni e dai quartieri più difficili, la sinistra risponde con le solite, fumose “supercazzole” teoriche.
Chi vive nelle zone d’élite può permettersi la vigilanza privata e i sistemi d’allarme; i cittadini normali, i commercianti che rischiano la spaccata ogni notte, hanno solo lo Stato. Liquidare il bisogno di legalità come una “deriva autoritaria” significa regalare le chiavi delle città a chi fa della retorica dell’ordine il proprio cavallo di battaglia.
Salvare se stessi, a spese del Paese
La verità dietro le divisioni quotidiane, i veti incrociati e i distinguo dell’ultim’ora è tristemente banale: salvare se stessi. L’attuale legge elettorale permette ai leader di nominare i propri fedelissimi in posizioni blindate. Se la coalizione perde, poco importa: il capo e la sua cerchia ristretta il seggio lo portano a casa comunque.
Fare opposizione è un lavoro magnifico: si critica tutto, non si risponde di niente, si mantengono i privilegi, le indennità e lo status di “intellettualmente superiori”. La destra ringrazia, vince quasi per assenza dell’avversario e si accomoda al potere per gestire l’ordinario. L’opposizione si ritira nei suoi salotti, fiera della propria intatta purezza ideologica. E il Paese reale resta fuori dalla porta, a guardare lo spettacolo dell’ennesimo, preventivato suicidio politico.
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