Se davvero le dimensioni contano per equilibrare i rapporti fra Cina ed Unione europea bisognerebbe annettere Bielorussia, tutte le repubbliche caucasiche e transcaucasiche, Georgia, Armenia ed Azerbaijan, la Russia almeno fino a Mosca e lasciarne il resto alla Mongolia, dal momento che la Siberia é già colonizzata dai cinesi. Quello che non si riuscirebbe a fare in popolazione si farebbe almeno in territorio. Un progetto ancora insufficiente per dare una qualche possibilità di competizione all’Unione davanti ad un’espansione commerciale cinese, che davvero non si capisce come poter altrimenti contenere. Il presidente von der Layen a Pechino ha usato la formula retorica della “giustizia” che dovrebbe sovrintendere ll libero mercato, argomento degno e nobilissimo. Resta solo da capire come la si intende e come soprattutto la si possa applicare la giustizia ad una Cina strabordante di merci e prodotti che ha già invaso tutto il mondo. Mai si volesse, ad esempio, imporre alla Cina l’alta qualità, ecco che l’economia cinese svanirebbe in una bolla e poi non è detto che sia sempre conveniente l’alta qualità, oltre al fatto che non tutti possono permettersela. Per questo all’Unione europea servirebbe un’area produttiva più ampia, con una maggiore espansione portuale e di risorse, che necessiterebbe persino dei vecchi possedimenti dell’impero ottomano, oltre che di quello Inglese per poter reggere testa a testa con il colosso cinese. Altrimenti continuiamo pure così e sarà facile prevedere di finire schiacciati. Guardate la quieta serenità dei cinesi davanti alle nostre convulsioni. L’Unione europea appare un tale nanerottolo che induce loro più alla tenerezza che all’ appetito. Almeno la Ue si riprenda in fretta l’Inghilterra.
Poiché la tragedia lascia un certo margine al comico, in un mondo globale che muta continuamente non può mancare chi vorrebbe barricarsi nel sovranismo nazionale. L’orgoglio catalano, la grandeure francese. Del nazionalismo italiano non vale la pena preoccuparsi, dopo il 1943 era meglio puntare sul secessionismo piuttosto, esaltare lo spirito lombardo. In ogni caso tutti questi fenomeni antistorici sono irrilevanti se non come aspetti patologici del processo sovranazionale che si dovrà compiere necessariamente per sopravvivere. Si può invece considerare storicamente formidabile uno Stato europeo di sessanta milioni di abitanti che da solo puntasse dritto verso la Cina fino a stringerci accordi bilaterali. Fenomeno tanto sorprendente e contro ogni logica geopolitica, che risultò per lo meno affascinante nella sua dinamica. Indicava pur sempre la necessità di un confronto, anche se nell’aspetto di quello fra la pulce e l’elefante. Bisognerebbe poi capire cosa davvero si intendesse eseguire, quale piano albeggiasse in menti tanto ardimentose per intraprendere una tale fuga in avanti rispetto all’Unione europea, se, insomma ci si proclamava un’avanguardia o proprio si puntava a cambiare orbita. Di tutto questo resta un velo misterioso, perché, come ha detto l’attuale presidente del Consiglio mancherebbero di tanto avventurismo, i risultati attesi quali che fossero.
Di questo protocollo cinese italiano si ricorda la triplicazione dei voli fra i due paesi e questo avvenne proprio agli inizi della pandemia. Ancora a gennaio 2020, il comitato tecnico scientifico del governo, organismo di lungimiranza portentoso di cui dispone lo Stato, come si legge nei famosi verbali finalmente desecretati, richiamava i vertici di Alitalia. Questi lasciavano a terra i cittadini Italiani che volevano rientrare dalla Cina affetti dal virus. Alitalia, secondo il CTS, violava i diritti costituzionali. Alla faccia del piano antipandemico. Per cui in verità un risultato all’adesione alla via della seta c’è stato eccome, quello di far finire a cantare sui balconi i cittadini italiani, come nemmeno avvenne per i maoisti cinesi.
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