Incollo il mio breve intervento in occasione dell’esordio, a Latina, della rassegna UCID «L’inquietudine dell’esserci.Il divino pensato e il pensiero rivelato: filosofia e teologia a confronto»
Si rifletteva qualche giorno fa sul termine latino nihil, che noi traduciamo con nulla, e che è composto dalle parole ne e hilum, quindi letteralmente ‘nessun briciolo’, ‘nessuna piccola parte’, anche ‘nessun filo’, nel senso di ‘nessun legame’. Se la realtà è legame, il nichilismo, il sostantivo italiano che da nihil deriva, è la negazione di ogni relazione. È dire che tutto è isolato, contrapposto, solo. Il nichilismo è l’assenza di connessione dove sprofonda ogni costruzione di senso. È il regno degli atomi isolati e rancorosi. È il segno, la cifra, che caratterizza oggi le nostre società e il nostro quotidiano. E il nichilismo è l’esatto opposto della filosofia. Distrugge, là dove la filosofia vuole tessere. Tessere quella trama di comprensione delle cose e del mondo che si chiama sapere.
Questa rassegna che apriamo oggi si chiama L’inquietudine dell’esserci. L’esserci nel mondo è il concetto centrale della filosofia di Heidegger, che definisce l’uomo, Dasain, non come soggetto isolato ma come un essere-qui, immerso, attivo e coinvolto in un mondo, in un rapporto di cura e di familiarità con le cose. Ma se siamo solo questo, se siamo soggetto e non relazione, allora il nostro esserci è inquieto, non stiamo comodi nella gioia. La gioia la cogliamo solo quando riusciamo a cogliere, a conquistare, il senso ultimo delle cose. La filosofia non chiede perché, il perché delle cose. Perché a chiedere perché sono buoni tutti. La filosofia si avventura nella costruzione di un sapere. Altrimenti non è filosofia. E in questo terreno, nel terreno della conoscenza, ecco che incontra la religione, ecco che incontra la fede, ecco che incontra la teologia. Spesso più che di un incontro si è trattato di uno scontro, perché la teologia ha sempre guardato in cagnesco la ragione, l’ha ritenuta pericolosa. Oggi il catechismo della chiesa cattolica non proibisce più l’uso della ragione, ma sostanzialmente lo sconsiglia perché c’è il rischio di persuadèrsi dell’errore. Tuttavia concede che le indagini razionali possono disporre la fede a constatare che questa non si oppone alla ragione.
Filosofia e teologia possono dialogare. E questo dialogo è fecondo in un’epoca in cui è urgente tornare a ragionare intorno alla verità della rivelazione cristiana. San Josemaria parlava di tre ondate e macchie che già dalla seconda metà del novecento si stavano diffondendo: l’onda rossa del marxismo, quella verde del pansessualismo e quella nera del secolarismo materialista. In fondo l’Opus Dei è anche un tentativo di resistenza alla secolarizzazione, cercando la santità nelle attività quotidiane, nei vissuti, nelle professioni. In sintonia con il Magistero san Josemaria ha stabilito che i docenti seguissero soprattutto san Tommaso eppure al tempo stesso ha difeso la libertà di tutti di avere le proprie idee, per questo motivo ha vietato ai membri dell’Opera di seguire o sviluppare un indirizzo comune di pensiero per creare una scuola filosofica, teologica o canonistica attribuibile all’istituzione. Nel 1927, conversando con un amico sacerdote “gli parlò della necessità di fare apostolato anche con gli intellettuali, perché sono come le cime innevate: quando la neve si scioglie, l’acqua scende a fecondare le valli”. Cominciare dalla aristocrazia delle intelligenze, cioè da coloro che volevano coniugare fede e ragione, era il modo più efficace secondo san Josémaria per raggiungere ogni strato sociale. «A chi può essere un sapiente, non perdoniamo di non esserlo», scrisse. Allo stesso tempo però chiariva che il messaggio dell’Opera si poneva come Universale: valeva per tutti gli uomini, di ogni epoca e luogo. Esprimendosi icasticamente, diceva che “di cento anime ce ne interessano cento” e aggiungeva: «Non siamo chiamati a diventare professori universitari ma santi”.
Il libro di cui parliamo oggi, «Opus dei. Una storia», delle Edizioni Ares, ci parla di questa grande scommessa, a quasi un secolo dalla sua fondazione. La storia di una “organizzazione disorganizzata” come la chiamava il fondatore, o una “disorganizzazione organizzata”, perché il primato è tenuto dallo spirito e non dall’organizzazione. Abbiamo il piacere di avere qui con noi uno degli autori José Luis Gonzalez Gullon, docente di Storia nella Pontificia Università della Santa Croce, a cui do subito la parola. Una indagine completa, su basi storiche, molto dettagliata anche nei momenti fondativi, che cerca di mettere in chiaro incomprensioni e difficoltà.
Nella foto il sottoscritto con il relatore José Luis Gonzalez Gullon (Pontificia Università della Santa Croce), il Vescovo di Latina S.E. Mons. Mariano Crociata, il presidente Paolo Grignaschi.







