Per i partiti della vecchia scuola democratica, la primavera prima delle elezioni era il momento del programma. Non che poi avesse questa grande importanza, era principalmente un biglietto da visita per la campagna elettorale che avevano la fortuna, grazia ad una legge proporzionale, di fare in solitaria. I problemi veri iniziavano quando poi si trattava il programma di governo da presentare alle Camere. Ora che la Repubblica ha un piede fuori dalla Costituzione si presentano i programmi di coalizione che i cittadini votano direttamente e che essendo appunto materia extraparlamentare, quasi nessuno se li fila. Secondo un studio di Luca Ricolfi solo il secondo governo Berlusconi, rimasto in carica l’intera legislatura, sarebbe riuscito a realizzare il programma elettorale di coalizione, oltre al settanta per cento. Rispetto al precedente governo Prodi, che entrò nell’euro senza nemmeno volerlo, non c’era fretta secondo Palazzo Chigi, un record. Per gratitudine gli italiani alle elezioni scelsero una seconda volta Prodi. Il quale, a sua volta, aveva imposto alla sua coalizione variopinta un programma biblico lungo un migliaio di pagine, che pure nessuno doveva aver letto. Tanto il secondo governo Prodi durò meno di due anni e tra una rissa e l’altra, chi volete si sia preoccupato del programma.
In coalizione variegate come le attuali, l’esercizio del programma è puro velleitarismo, lo aveva capito subito Bruno Visentini. Massimo esperto di governi del centrosinistra Visentini approdò senza grande entusiasmo alla macchina da guerra di Achille Occhetto e disse semplicemente che l’importante era vincere, “come in Spagna”. E perse. Si che Occhetto era un gigante in confronto alla signora Schlein, per non parlare di Conte. Il primo Berlusconi nemmeno si preoccupò di fare un programma, presentò invece un patto con gli italiani, comprendendo meglio di tutti il senso del nuovo sistema elettorale che scimmiotta la democrazia diretta alla Rousseau. Le elezioni si vincono con parole d’ordine capaci di affascinare e suggestionare l’elettorato. Con le canzoni, i tamburi, non con i programmi. Siamo nell’epoca della spettacolarizzazione della politica. I vecchi partiti stilano i programmi, i nuovi lanciano slogan.
Il programma delle principali coalizioni che si confrontano, potrà adesso essere tranquillamente affidato all’intelligenza artificiale, l’unica in grado, disponendo di un algoritmo, di allestire un qualche testo che possa mettere insieme l’impossibile. I capi partito barreranno quello che proprio appare loro inaccettabile e in un quarto d’ora di lavoro, avranno risparmiato tempo utile per azzuffarsi con l’avversario. Altro che programma.
Pensare che si era scelto un sistema elettorale maggioritario per limitare il peso dei partiti minori e rendere più coesi i programmi. Infatti di partiti minori ne nascono almeno tre diversi ad ogni legislatura che non si sa se sopravviveranno anche alla prossima. Di conseguenza l’unico programma che ci si possa dare in condizioni tanto penose, dove il diavolo si sostiene allo zoppo, è quello di restare vivi, o almeno sentirsi ancora tali.
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