C’è un limite invalicabile oltre il quale la provocazione smette di essere folklore politico e si trasforma in un insulto aperto alla storia democratica d’Italia. Questo limite viene oggi metodicamente superato dalla narrazione tossica di Roberto Vannacci. I suoi deliri pseudo-giuridici sulla “remigrazione” e quelle manifestazioni nate sotto la sua ala, che arrivano a scimmiottare la coreografia di una nuova marcia su Roma, impongono una riflessione urgente su cosa sia oggi il vero sentimento patriottico, contrapposto alla sua caricatura sovranista e reazionaria.
Il recente caso di Cesena, dove dalle finestre del liceo “Vincenzo Monti” è comparso lo striscione “Italia agli italiani”, si è rivelato un finto caso patriottico, una messinscena mediatica amplificata per soffiare sul fuoco del risentimento sociale, dimenticando che le nostre comunità sono radicate nella civiltà del lavoro e della solidarietà.
Sotto la sbandierata difesa dell’italianità, infatti, si nasconde in realtà il razzismo più becero. Ma a noi repubblicani nessuno può dare lezioni su cosa siano la Patria e la bandiera. Per la nostra tradizione ultrasecolare che affonda le radici culturali nel Risorgimento e quelle politiche nel pensiero di Giuseppe Mazzini, la Patria è un orizzonte ideale aperto al mondo, non un confine blindato; e il Tricolore è un simbolo sacro di unione, non una clava ideologica per escludere in base alla nascita.
La menzogna della “remigrazione” va smontata anzitutto sul piano della razionalità civile. Un compito, questo, reso arduo dall’esasperazione di un corpo sociale logorato da anni di paure scientificamente alimentate, e oggi divenuto ostaggio delle fragilità psicologiche prodotte dalle piattaforme digitali, dove la logica dei “social” promette illusorie scorciatoie a problemi strutturali complessi. Se la complessità politica fatica a fare breccia in un’opinione pubblica così stressata, diventa allora ineludibile applicare il metro rigoroso della ragione giuridica e della realtà dei fatti.
L’allontanamento forzato di una simile massa di individui si scontra, infatti, con una impossibilità materiale e normativa che la rende strutturalmente impraticabile in uno Stato di diritto. Non ci troviamo dinanzi a una legittima e ordinaria regolazione dei flussi migratori, ma saremmo di fronte a una vera e propria operazione di deportazione di massa: un atto che, per sua natura, non potrebbe essere compiuto se non attraverso il sistematico abbattimento delle garanzie costituzionali e la conseguente e inevitabile instaurazione di una dittatura militare.
A questo si aggiunge un insormontabile interrogativo geopolitico ed economico: verso quali mete dovrebbero essere diretti questi convogli se non esistono accordi bilaterali strutturati con i Paesi d’origine? Un’operazione del genere si scontrerebbe immediatamente con il muro del diritto internazionale, isolando l’Italia dal consesso delle nazioni civili e comportando spese miliardarie insostenibili, capaci di spingere le finanze pubbliche verso un definitivo collasso.
Il bivio interpretativo interpella le coscienze: o siamo in presenza di mastodontiche bufale propagandistiche per carpire la buona fede di cittadini caricati dalla paura, oppure siamo di fronte a un disegno eversivo preciso, attuato da un generale di Divisione, il quale usa cinicamente il suo grado e la sua ex divisa per dare una parvenza di ordine e rigore a concetti del tutto incompatibili con l’ordinamento repubblicano.
Questa strategia si basa sul fare “più uno” tutti i giorni, spostando il paletto del tollerabile un passo più in là, abituando l’opinione pubblica alla regressione civile attraverso una metodica assuefazione, come dimostra l’ultimo attacco frontale alle conquiste legislative espresso nella liquidazione del reato di femminicidio.
Le responsabilità politiche ricadono interamente su una destra italiana che da trent’anni a questa parte ha continuato a sdoganare l’indicibile, a partire dal 1994, aprendo la strada a una escalation retorica che ha contagiato e accelerato la degenerazione della Lega di Matteo Salvini, fino ad arrivare a simbolismi direttamente legati al passato fascista esibiti senza pudore perfino dalla seconda carica dello Stato.
In questo scivolamento non si possono dimenticare le colpe storiche di chi, provenendo dal campo repubblicano, si fece complice di quella stagione, riducendo l’azione dell’Edera a un ruolo ancillare alla destra; un errore prospettico che appare ancora più grottesco oggi, di fronte alle capriole politiche di chi si riscopre portatore d’acqua di quel populismo in salsa sinistra, facendosi spalla del movimento grillino più assistenzialista e anti-occidentale. Il problema del giocare a legittimare i populismi di ogni segno è che alla fine arriva un fascista vero. Arriva un generale vero che quei concetti autoritari li teorizza nei libri, li organizza sul territorio e prova a trasformarli in un blocco politico d’assalto per dare la scalata allo Stato.
In questo scenario, la morale è tanto paradossale quanto drammatica. Di fronte a una sinistra strutturalmente divisa, più massimalista che riformista e prigioniera di uno schema mentale che riduce tutto a scontro tribale, l’unica fragile diga d’ordine rimasta rischia di essere proprio Giorgia Meloni. Per quanto distanti si possa essere dalla sua visione, oggi ci si trova nella paradossale condizione di dover sperare che la Presidenza del Consiglio regga l’urto interno, perché l’assalto di Vannacci punta a scardinare l’asse conservatore della destra per spostarlo definitivamente verso l’estremismo più radicale, xenofobo e filorusso.
Come ci ha insegnato Giuseppe Mazzini, la Patria non è un mero territorio, ma è il pensiero d’amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio. In un momento in cui le coordinate della democrazia liberale vengono messe in discussione dall’avanzata delle destre estreme, dobbiamo prestar la massima attenzione anche all’interno del partito, prestando molta attenzione a nuovi iscritti che vorrebbero utilizzare gli spazi storici del PRI per alimentare ambiguità ideologiche. L’Edera ha salde radici pulite e non può diventare un comodo rifugio per narrazioni trumpiste, scivolamenti destrorsi o per populismi di ritorno.
Per questo motivo, in vista del prossimo congresso nazionale del partito, è fondamentale lanciare un solenne appello all’unità organica dei repubblicani con l’invito a superare ogni personalismo per ritrovarsi compatti intorno alla linea del segretario nazionale Corrado De Rinaldis Saponaro, per fare del PRI l’argine culturale e il perno politico di un’autentica resistenza repubblicana contro ogni cedimento alla demagogia di piazza.
Per questo oggi serve un manifesto di valori repubblicani chiaro, moderno ed europeo, capace di rimettere al centro della scena la serietà dei contenuti, la sacralità dello Stato di diritto e la solidarietà nazionale. E servono repubblicani che tornino a parlare al Paese direttamente dai banchi del Parlamento, restituendo una rappresentanza politica autorevole a quell’Italia della ragione, dei doveri e delle libertà che oggi rischia di rimanere tragicamente schiacciata e afona tra il populismo urlato di tanti demagoghi e la propaganda eversiva di un generale.







