Servivano menti sottili ed acute come quelle dei ministri Giorgetti, Fitto e Urso per allestire un piano strepitoso utile ad impigliare l’ArcelorMittal in una tela da cui mai riuscirà a districarsi, come una mosca in quella del ragno.
Altrimenti non si capirebbero i rifiuti di Invitavia ai piani avanzati dal colosso indiano per acquistare l’Ilva sui cui stabilimenti di Taranto grava ancora l’ingiunzione dei tribunali. Evidentemente il nostro governo vuole fare in modo di ottenere i soldi che servono per ripartire mantenendo il possesso del 60 per cento della proprietà. In pratica il governo, che sembrava voler lanciare un grande piano di privatizzazione, non solo intende tenersi la maggioranza azionaria di quanto pure metterà sul mercato, ma si cimenta persino nell’acquisto dell’Ilva che privata era sempre stata.
A questo punto il problema sarà semmai quello di trovare degli azionisti disposti a mettere soldi per farsi poi gestire dalle società del governo. Da qui il supremo sforzo strategico messo a punto dai ministri più intellettualmente dotati nel campo giuridico e finanziario, perché tutti coloro disponibili ad investire e che non portino l’anello al naso, non alzino le chiappe e se ne vadano altrove.
Bisogna tutti sperare nel successo del governo e dei suoi eccezionali ministri, perché la chiusura definitiva dell’Ilva, che per la verità ancora l’Italia rischia, non solo comporterebbe un disastro per l’economia nazionale ed i lavoratori dell’indotto, ma sarebbe anche una catastrofe ambientale, dal momento che bisogna comminare alla nuova proprietà la bonifica di un’area su cui graverebbero altrimenti anche le piattaforme spente ed abbandonate che torreggiano sul porto di Taranto.
Giusto ieri Confindustria Piemonte ha lanciato un appello al governo di fare bene ed in fretta, perché tutte le imprese piemontesi necessitano di acciaio praticamente per quasi qualsiasi prodotto in lavorazione, e reperirlo sul mercato, non è propriamente più facile di quanto fosse ancora pochi anni fa. Nel caso qualcuno non se ne fosse accorto, al mondo globalizzato di ieri, è subentrato quello frantumato di oggi.
Per cui non si può rimproverare il governo se vuole portare a casa la proprietà degli asset strategici principali che detiene ancora il paese, soprattutto se si tratta di risorse primarie o di potenziali industriali. Quanto all’Ilva solo alla procura di Taranto possono pensare che si possa farne a meno. Bisogna invece chiedersi se convenga al governo continuare a sostenere di voler privatizzare, quando in realtà servirebbe un Beneduce per rimettere in piedi l’Iri.






