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Mazzini al Convento di Las Úrsulas. Il ricordo di Unamuno

di Mauro Cascio
16 Novembre 2020
in Cultura, La Biblioteca Repubblicana
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«In giorni di solitudine, di feconda solitudine, di fronte alla torre di Las Úrsulas che innalza la sua merlatura sopra gli spogli pioppi d’inverno, ho ripreso in mano l’opera di Giuseppe Mazzini, creatore della patria, uno dei miei autori preferiti, di quelli che piangono le mie stesse solitudini: e risveglio così il mio spirito con il suo infiammato verbo». Così Miguel de Umanuno in splendide pagine tratte da Inquietudini e meditazioni, il volume che inaugurò una collana di filosofia della religione della Rubbettino e che Roberto Gervaso definì sul Messaggero “un capolavoro di un autore lucido e geniale”.

«È il manifesto che Mazzini, lasciando la sua patria nel 1859, dedicò ai giovani d’Italia. È dolce, al levar gli occhi da queste pagine splendenti di luce e calore, ammirare le pietre dorate di questo torrione che ci osserva da più di tre secoli. Questo diroccato torrione, con i fori della merlatura, con i modiglioni che da ogni contrafforte minacciano di gettare su di noi acqua del cielo che tanto capricciosamente scende, questo diroccato torrione è parte della patria. Almeno del suo corpo. Solo del corpo? Gli uomini che innalzarono queste pietre e che lasciarono in quelle le propria anima, il proprio credo, non vi lasciarono anche l’idea di patria? La Torre di Babele, dove in origine i popoli si divisero e si mescolarono le lingue, fu la prima vera patria, non il Paradiso. Neppure la città di Enoc, fondata da Caino, il fratricida, sul sangue di suo fratello. Enoc fu presagio e promessa di patria. Senza sangue fraterno non c’è patria possibile. Il cemento della patria, per essere stabile, deve essere impastato con il sangue della guerra civile. Ma la patria è la torre di Babele, dopo il diluvio. E l’arca di Noè non è ancora patria.

Tutta la terra aveva una sola lingua con identiche parole. Partendosi dall’oriente, gli uomini trovarono una pianura nella terra di Sennaar, e vi abitarono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamo dei mattoni e cuciniamoli nel fuoco”. E si servirono di mattoni anziché di pietre, e di bitume anziché di cemento. Dissero: “Venite, edifichiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e rendiamo famoso il nostro nome prima di disperderci per il mondo”. Il Signore, sceso a vedere la città e la torre che stavan edificando i figli di Adamo, disse: “Ecco, sono un solo popolo, hanno tutti la medesima lingua, e avendo cominciato a far quest’opera, non desisteranno dai loro disegni, finché non li abbiano terminati. Andiamo, dunque, scendiamo e confondiamo il loro linguaggio in modo che non si intendano più”. Il Signore li disperse da quel luogo per tutto il mondo così cessarono di fabbricare la città, alla quale fu dato il nome di Babele, perché ivi fu confuso il linguaggio di tutta la terra. Da lì il Signore li disperse per tutto quanto il mondo». È quanto ci racconta la Genesi all’inizio del capitolo XI. Il Signore, a Babele, dove gli uomini tentarono con una torre di salire al cielo, sua eterna patria, mescolò le lingue. E al nascere delle lingue nacquero le patrie e ogni popolo cominciò a prendere coscienza di fronte alle coscienze degli altri popoli. Solo vedendosi distinti ognuno riconobbe le propria unicità e solo così si sentirono uno.

E vengo a Mazzini e leggo come si rivolge ai giovani d’Italia: «E dopo cent’anni e più di quella mescolanza di genti senza nome e senza missione visibile come un tempo la marea d’acqua che ricopriva il globo si concentrava, ritirandosi, in laghi, fiumi, oceani, così si videro riemergere dal vortice dei numerosi popoli, collocati secondo le loro preferenze e secondo il disegno di Dio entro certi confini. Alcuni si chiamarono ispanici, altri britannici, e altri francesi e altri tedeschi, altri polacchi, moscoviti e con altri nomi». E penso che la confusione di Babele fu diffusione, e che da lì, dalla diversità delle lingue, nacquero i popoli. E da questi la coscienza. Perché la coscienza è la lingua. E dove ce ne fosse una sola non ci si conoscerebbe, non si avrebbe coscienza né di sé né degli altri. A Babele nacquero le patrie.

Levo gli occhi alla torre di Las Úrsulas, che si staglia su un cielo plumbeo di fine anno – di questo tragico 1914 – per vedere e perfino ascoltare, come, con le sue dorate pietre, mi parla in spagnolo. E mi parla dell’anelito di arrivare al cielo. Ma il cielo di Castiglia è molto duro; lancia fuoco e ghiaccio, brucia e gela. E così hanno dovuto rinforzare il roccioso torrione con un tetto. E lì, sotto il tetto, le colombe fanno il nido. La torre di Las Úrsulas di Salamanca, membro del corpo della patria, mi parla in spagnolo. E mi dice dell’anelito di arrivare a un cielo nudo, che brucia e gela, contro il quale c’è da difendersi. E penso alla missione della mia patria.

Torno con lo sguardo a Mazzini. «La patria è una missione, è un dovere comune. Come potete dunque sperare di conquistare la patria se chiamate altri a compiere questa missione, a compiere questo dovere?». Questo lo diceva ai giovani d’Italia forse il più grande degli apostoli dell’unità d’Italia.E qui, qual è il la nostra missione, il nostro dovere comune? “Conservarci?”, penso guardando la diroccata torre di Las Úrsulas. I vecchi monumenti si rovinano; non serve mettere rinforzi in ferro ai decrepiti tamburi della cupola. Sono come sostegni per gli anziani. Alla fine gli orfani interni cedono e viene la morte. È l’anima che ha innalzato queste pietre a dover essere ricercata.

E dice Mazzini: «E la patria è, prima di qualsiasi altra cosa, la “coscienza” della patria. Perché il terreno sul quale si muovono i vostri passi, e i confini che la Natura pose tra la vostra terra e quella altrui, e la dolce lingua che ci risuona dentro, altro non sono che la “forma” visibile della patria; ma se l’ “anima” della patria non palpita in quel santuario della vostra vita che si chiama coscienza, quella forma rassomiglierà a un cadavere, senza alimento né anelito di creazione, e voi apparterrete ad una folla senza nome, non una nazione: genti, non popolo». La patria è, prima di ogni altra cosa, coscienza della patria. E coloro che non abbiano idea della propria patria, della missione universale di questa, non avranno patria. E l’idea non è l’istinto di conservazione e accrescimento, né d’arricchimento. Né il maiale che ingrassa, né il coniglio che si moltiplica hanno coscienza.

Levo lo sguardo alla torre di Las Úrsulas. Qui vicino, dall’altro lato e alla portata del mio sguardo, spicca la torre di Monterrey, alla quale tempo fa cantai:

Torre di Monterrey, sognata torre

che i miei sogni maturare ha visto

tu mi parli di passato e di futuro Rinascimento

E penso al Rinascimento, quando albeggiò la patria coscienza. Che se ne è fatto di questa? Abbiamo dovuto coprirla con un tetto, come la cima della torre di Las Úrsulas, contro l’inclemenza del cielo, che vomita fuoco e ghiaccio. Abbiamo dovuto distendervi le braccia della patria, come scudi contro canicola e brina. Il cielo è stato molto duro con noi. Ma la sua durezza è stata la durezza di un padre che castiga per educare. Nella torre di Babele nacquero le patrie; dalla diversità delle lingue sorsero le coscienze. Dove tutti dicono la stessa parola si finisce tutti per non udirla, e la coscienza scompare. Sia benedetta da Dio l’intima guerra civile, qui sempre latente, che è l’unica a regalarci 

Mauro Cascio

Mauro Cascio si è laureato in Filosofia a La Sapienza di Roma. Ha organizzato numerosi eventi culturali in Italia e all'estero, dalla Biblioteca del Senato al Pembroke College dell'Università di Oxford, attività grazie a cui ha vinto il Premio Nazionale di Filosofia nel 2013. È curatore di numerosi saggi, nonché prolifico autore. Al suo terzultimo libro, «Davanti alla fine del mondo» si è ispirato il cantautore Roberto Kunstler per il suo omonimo lavoro. Ora è in libreria con «Un pozzo di abati e di principi» e con «Il fulmine della soggettività. Attraversamenti hegeliani dall'infinita periferia». È coordinatore di direzione de La Voce Repubblicana

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