Oggi ricorre l’anniversario della morte di Giuseppe Mazzini, uno dei padri della Patria e tra i più alti pensatori politici dell’Ottocento europeo. Ricordarlo non significa soltanto rendere omaggio a una figura centrale del Risorgimento, ma riflettere sull’attualità di un pensiero che continua interrogare la democrazia italiana, l’Europa e il mondo.
Mazzini fu il profeta dell’Italia quando l’Italia non esisteva ancora. In una penisola frammentata in Stati e dominazioni straniere seppe concepire la nazione come una comunità morale prima ancora che politica: non un semplice territorio né un’identità chiusa, ma una comunità di cittadini uniti da responsabilità e doveri verso il bene comune. La patria, per Mazzini, non era un fine egoistico, ma il primo gradino di una missione più ampia: il progresso dell’umanità. Per questo la sua idea di nazione appare oggi di straordinaria attualità. Nel tempo dei nazionalismi di ritorno e dei sovranismi che riducono la patria a strumento di contrapposizione e chiusura, la lezione mazziniana ricorda che la nazione è autentica solo quando si fonda su libertà, uguaglianza e partecipazione dei cittadini. Non a caso, accanto alla “Giovine Italia” Mazzini concepì anche la “Giovine Europa”, intuendo con straordinario anticipo la necessità di una solidarietà politica tra i popoli europei.
Quando l’Europa era ancora dominata dalle restaurazioni monarchiche e dalle rivalità tra Stati, Mazzini immaginava già un continente fondato sulla cooperazione tra nazioni libere e democratiche. Un’intuizione che oggi appare quasi profetica. L’Europa contemporanea, attraversata dalla guerra in Ucraina e da nuove tensioni geopolitiche, sembra spesso smarrire il senso della propria missione storica. Eppure proprio la visione mazziniana ci ricorda che l’Europa non può essere soltanto un mercato o un equilibrio tra governi: deve essere una comunità di valori.
La modernità del pensiero di Mazzini emerge anche nel suo modo di concepire la politica. In un’epoca segnata dal pragmatismo e dalla lotta per il potere, egli rivendicò con forza il primato dell’etica nella vita pubblica. Nel suo celebre libro I doveri dell’uomo affermò che prima dei diritti vengono i doveri: verso la patria, verso la famiglia, verso l’umanità. Non per limitare la libertà, ma per darle un fondamento morale e civile. È una lezione che appare particolarmente necessaria oggi, quando la politica sembra spesso smarrire il senso della responsabilità e della partecipazione civica.
Le vicende internazionali lo dimostrano con drammatica evidenza. In Iran, accanto alla tragedia della guerra e alle tensioni militari che coinvolgono l’intero Medio Oriente, continua la battaglia di tanti giovani, e soprattutto di tante donne, per le libertà fondamentali. A quelle ragazze e a quei ragazzi che chiedono dignità, diritti e libertà deve andare la solidarietà di tutti coloro che credono nei valori universali della democrazia.
Ma proprio queste vicende mettono anche in luce le debolezze della politica europea e italiana. Di fronte a eventi gravissimi come l’attacco israelo-americano all’Iran, con le sue conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’intero equilibrio internazionale, il governo italiano ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Un’impreparazione inquietante, tra silenzi imbarazzati, tardive prese di posizione e dichiarazioni confuse e contraddittorie, a testimoniare la difficoltà di far fronte a un momento così delicato. Per tacere della fuga della Presidente del Consiglio, sottrattasi al confronto parlamentare, che invece di riferire in Aula, come deve un capo di Stato e come richiederebbe la prassi istituzionale, ha preferito rilasciare un’intervista radiofonica all’emittente RTL 105. In momenti di crisi globale servirebbero lucidità strategica, visione politica e consapevolezza del contesto internazionale; qualità che la tradizione repubblicana ha sempre considerato parte essenziale della responsabilità di governo.
Soprattutto serve rispetto per le istituzioni repubblicane, figlie proprio della visione di Giuseppe Mazzini. Perché in democrazia la sostanza si veste anche di forma. Accanto a queste fragilità emerge però anche un problema più profondo, che riguarda il modo stesso di concepire la democrazia. Nel dibattito pubblico occidentale si sta infatti diffondendo una visione sempre più “muscolare” della politica, nella quale la forza del leader, la contrapposizione permanente e la semplificazione populista sostituiscono il confronto tra idee e la costruzione paziente del consenso democratico.
È una concezione che trova una delle sue espressioni più evidenti nella retorica politica di Donald Trump. Ma proprio qui emerge con chiarezza quanto quella visione sia incompatibile con la tradizione mazziniana e con la cultura del repubblicanesimo europeo. Per Mazzini, infatti, la democrazia non era mai dominio o imposizione, ma educazione civica, responsabilità e partecipazione. Non era la vittoria di una parte sull’altra, ma la costruzione di una comunità morale fondata sul dovere reciproco. La Repubblica, nella sua visione, non è la forza di un capo né l’espressione di una maggioranza momentanea: è la forma politica di una comunità di cittadini consapevoli, legati da valori comuni e da un’etica della responsabilità.
Per questo la concezione “muscolare” della democrazia non è soltanto lontana dal pensiero di Mazzini: ne rappresenta l’esatto contrario. E chi si richiama alla tradizione mazziniana e repubblicana non può che considerarla incompatibile con quella cultura politica. Ed è forse proprio guardando alla politica contemporanea che la distanza appare ancora più evidente. Il confronto tra idee si è troppo spesso trasformato in uno scontro tra tifoserie, mentre la complessità dei problemi viene ridotta a slogan e la competenza lascia spazio all’improvvisazione.
È proprio in momenti come questi che il pensiero di Mazzini torna a mostrarsi necessario. Non come esercizio di memoria storica, ma come richiamo a una politica più consapevole, fondata sulla responsabilità, sulla conoscenza dei problemi e sulla coerenza tra pensiero e azione. Perché la vera modernità di Mazzini sta forse tutta qui: nell’aver concepito la politica non come spettacolo o competizione tra tifoserie, ma come missione civile. Una missione che richiede studio, rigore morale e visione del futuro e che oggi, più che mai, avrebbe bisogno di essere riscoperta.
Perché a più di un secolo e mezzo dalla sua morte, a differenza di altri pensatori politici, il suo pensiero resta ancora di una straordinaria attualità oltre che uno dei più potenti antidoti alla leggerezza del nostro tempo.
Museo nazionale del Risorgimento di Torino







