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“M”, la tragedia del secolo

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
3 Febbraio 2025
in Cultura
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Complessivamente i temi principali della conquista del potere del fascismo, nello sceneggiato di otto puntate, M il figlio del secolo, concluso venerdì scorso su Sky, ci sono, almeno approssimativamente, tutti. Il passaggio squadrista, il progetto di Stato totalitario, le lotte intestine, le complicità monarchiche, il patto con il Vaticano, che ci portiamo ancora dietro, tra l’altro. Il timore che fare di Mussolini un eroe da romanzo e persino spettacolarizzato con una serie tv, potesse recuperarne l’umanità presso il pubblico, sembrerebbe infondato. Persino il presidente La Russa è rimasto confuso liquidando M come macchiettistico. Anche chi lo idealizza ha difficoltà a ritrovarsi nel super uomo mussoliniano e rispetto alle biografie esistenti, il protagonista di M appare molto peggio. Resta da capire il mistero delle ragioni del successo storico politico. Se il fascismo e Mussolini fossero come nello sceneggiato televisivo, fondati dalla paura che sanno ispirare nel prossimo, avrebbero potuto durare un anno, forse due, non venti come pure è avvenuto. Soprattutto, con un sistema repressivo tanto fallimentare come quello mostrato dall’omicidio Matteotti.

Nello sceneggiato la prova generale del delitto Matteotti viene offerta dall’agguato a Cesare Forni, picchiato selvaggiamente dagli stessi Dumini e Volpi. Nel caso di Forni è proprio Mussolini che esorta alla spedizione punitiva, quando con Matteotti si rivolgerebbe alla famosa “Ceka” di Cesare Rossi e Giovanni Marinelli, il segretario amministrativo del fascio, che nello sceneggiato non si vede, ma esistito eccome. Il punto è che Forni non viene ammazzato, come pure uno crederebbe a vederlo in tv. Forni sopravvive alle percosse e presenterà la sua lista fascista indipendente. Una volta eletto voterà sempre con il Duce fino al ’29. Per cui è plausibile che Mussolini abbia letto la morte di Matteotti come quella di Don Minzoni, un tentativo di fargli le scarpe.

Ciò che manca completamente nello sceneggiato, sono le origini del fascismo. Sembrerebbe che queste siano inventate da D’Annunzio a Fiume, tesi valida per l’estetica. Il bacino che lega tutti questi signori fra loro, Mussolini, Rossi, Balbo è il sindacalismo rivoluzionario, mentre la frattura che corre fra Mussolini e Rossi da una parte e Italo Balbo dall’altra, è che i primi due sono socialisti, il terzo repubblicano. Cioè Mussolini nasce anarchico socialista, come il padre, diventa socialista rivoluzionario, da qui la lontananza politica dal riformista e poi pacifista Matteotti. Lo scontro fra Mussolini e Matteotti è vecchio di quasi dieci anni, inizia nel 1915, con Mussolini direttore de l’Avanti. Fino a che non si comprenderà che la figura centrale del fascismo non è D’Annunzio, ma Lenin, del fascismo non si capirà mai niente ed è inutile farne biografie e ricostruzioni più o meno accurate. La rivoluzione d’ottobre crea il fascismo, non D’Annunzio. Mussolini in Lenin non vede il proletariato andare al potere democraticamente, ma il capo di un partito risoluto e pronto a tutto che lo prende con qualunque mezzo. La guerra diventa solo più un’ingrediente davanti a questo evento straordinario di successo, l’ottobre russo, al cui confronto, l’esperienza fiumana appare patetica.

Sul fascismo vi sono due discussioni insolute. Nolte ritiene che esso sia irriproducibile e legato principalmente alle personalità che lo hanno rappresentato agli occhi della storia, Mussolini e Hitler, senza le quali resterebbe un fenomeno principalmente reazionario e nazionalista, come quello rappresentato da l’Action française di Maurras. De Felice, invece, è convinto che Mussolini non riesca a racchiudere in sé il fascismo che considera un prodotto molto più complesso di variazioni e distinzioni, già da Ravenna a Ferrara, figurarsi fino a Milano e Berlino. Ognuno valuti come crede, anche se De Felice è francamente storico più ferrato di Nolte, tanto che vi sono lettori di De Felice sicuri che il fascismo possa tornare una seconda volta.

Si tenga solo presente che il fascismo con tutta la sua complessità culturale e sociale, finisce nel 1943. La ripresa a Salò è solo il simulacro razziale e filotedesco di un Farinacci che ritrova un altro vecchio compagno socialista massimalista di Mussolini, poi fondatore del Pci, quale fu Nicola Bombacci. Tutti i vecchi protagonisti dell’epopea sono morti o fuggiti, o come Gentile, ricattati. Questa esperienza crepuscolare del fascismo che fu, non ha più niente di imperiale, né di avanguardia, o di mitica sintesi fra reazione e rivoluzione. Non è nemmeno più giovane. Il Mussolini sessantenne di Salò è oramai un fantasma. E pure, l’attuale partito di maggioranza relativa al governo dell’Italia, non proviene dal fascismo in quanto tale, semmai dal Msi, ovvero un sottoprodotto altamente improbabile della nostalgia di quel tragico e criminale disastro. E qui bisognerebbe farsi qualche domanda, tipo come si possa pensare di affidare a costoro la guida di un paese come l’Italia. Era più qualificato il fascismo.

Museo Mazziniano di Genova

Tags: D'AnnunzioMussolini
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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