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Paradiso perduto

Eugenio Fusignani di Eugenio Fusignani
10 Agosto 2025
in Cultura
1
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Non sono uno storico, ma da repubblicano convinto sento il dovere di intervenire su un tema che considero fondamentale non solo per comprendere il nostro passato, ma per costruire un futuro più giusto per l’intero Paese: la questione meridionale. È un tema storico e profondo, che interroga le responsabilità collettive della politica, ma anche quelle del mondo imprenditoriale, accademico e delle professioni. Non si tratta soltanto di colmare divari economici: si tratta di restituire dignità e prospettiva a un’intera parte dell’Italia, troppo spesso ridotta a terreno di scontro ideologico o abbandonata all’inazione.

In questo contesto, le bufale sul Regno delle Due Sicilie, il mito di un Sud “ricco e felice” distrutto dall’Unità d’Italia, non sono innocue. Al contrario, hanno ricadute gravi e attualissime, perché distorcono la memoria collettiva, avvelenano il dibattito pubblico e impediscono di affrontare seriamente le disuguaglianze territoriali.

La retorica antiitaliana del revisionismo borbonico e papalino dell’Ottocento riaffiora oggi nei movimenti neoborbonici e in un certo cattolicesimo identitario, che fanno corpo con l’antico e mai sopito antimeridionalismo leghista. Una saldatura pericolosa, che finisce per legittimare nuove divisioni, nuovi rancori, e che offende tanto la verità storica quanto la dignità dei cittadini meridionali.

Mentre, invece, servirebbero lucidità, visione e competenza perché il Mezzogiorno non ha bisogno di slogan, né di favole consolatorie. Ha bisogno di politiche serie, capaci, competenti, che mettano al centro coesione sociale e sviluppo.

Una delle bufale più diffuse è che il Regno delle Due Sicilie fosse “il terzo Stato più ricco del mondo” o “la terza potenza industriale europea”. Lo storico Carmine Pinto, docente all’Università di Salerno e uno dei massimi esperti del Risorgimento meridionale, è chiarissimo: «Il Regno borbonico era uno Stato arretrato, con una struttura economica semi-feudale, largamente agricola e con fortissime diseguaglianze interne. Le industrie moderne erano rare eccezioni, concentrate a Napoli o in alcuni poli militari come Castellammare». La maggior parte della popolazione viveva in condizioni di miseria e analfabetismo.

L’“oro di Napoli” non esisteva. Il Regno delle Due Sicilie aveva sì riserve auree consistenti (come molti Stati prudenti dell’epoca), ma questo non significa che fosse economicamente più avanzato: significa solo che investiva poco e circolava pochissima moneta. Era un’economia stagnante, con una borghesia debole, schiacciata da un clero onnipresente e da un’aristocrazia parassitaria.

Spesso si citano “primati” borbonici: la prima ferrovia (la Napoli-Portici, 1839), la prima nave a vapore, il primo faro lenticolare, ecc. Tutto vero, ma decontestualizzato. Sono episodi isolati in un contesto di arretratezza diffusa. La Napoli-Portici, ad esempio, era lunga appena 7 km e fu un’opera di prestigio simbolico, non l’inizio di una rete ferroviaria moderna: al 1860 il Regno delle Due Sicilie aveva appena 99 km di ferrovie, contro i 2.100 km del Regno di Sardegna.

Come nota Paolo Macry, storico napoletano, professore all’Università Federico II: «Quella borbonica fu una modernizzazione senza società moderna: pochi interventi dall’alto, senza riforme strutturali, senza una vera classe dirigente che volesse cambiare davvero il sistema».

Nel 1861, l’analfabetismo nel Sud era superiore al 90%. Le scuole erano poche, le università, anche la celebre Napoli, erano spesso asservite al potere e chiuse a ogni spirito critico. Il Regno borbonico applicava una censura feroce: giornali, libri, opinione pubblica erano rigidamente controllati.

Il Mezzogiorno non aveva una stampa libera, né un dibattito politico moderno. L’esilio di intellettuali, liberali e patrioti era la norma. Come ha scritto Giuseppe Galasso, altro grande storico meridionale: «Il regime borbonico fu reazionario per vocazione e per struttura. Non fece mai sua la prospettiva di un cambiamento sociale o istituzionale».

La retorica neoborbonica dipinge i briganti postunitari come “resistenti” o “patrioti legittimisti”. Anche qui la verità è più complessa. I briganti erano spesso ex soldati sbandati, banditi locali, contadini esasperati. Il fenomeno fu alimentato da un Sud lasciato senza strutture, ma fu anche sfruttato da potenze straniere (Francia e Papato) per destabilizzare l’Italia unita.

Come ricorda Carmine Pinto: «Non si può parlare di guerra di liberazione o guerra civile. Il brigantaggio fu una forma di violenza diffusa, criminale, segnata da ferocia e assenza di una vera direzione politica».

La repressione fu durissima, e anche questo è un dato storico innegabile, ma semplificare il tutto in “Nord invasore vs Sud oppresso” è una caricatura indegna della complessità storica.

L’Unità d’Italia non fu solo un’iniziativa piemontese. Migliaia di meridionali, borghesi, militari, artigiani, contadini, aderirono con convinzione all’impresa unitaria. Non furono tutti manipolati o ingannati. Anzi, molti di loro videro nell’Italia unita la possibilità di liberarsi da un regime che li opprimeva.

Benedetto Croce, grande intellettuale napoletano, ricordava: «Il Risorgimento fu anche un moto morale, una scelta di civiltà. Il Sud vi partecipò con spirito di riscatto e speranza».

Una delle calunnie più vili e infondate della propaganda neoborbonica riguarda la figura di Giuseppe Garibaldi e i Mille, accusati di essere mercenari stranieri al soldo di interessi massonici o britannici, e persino di aver commesso violenze e stupri durante la spedizione del 1860.

La verità storica è completamente diversa. I Mille erano in stragrande maggioranza giovani idealisti italiani, volontari, patrioti mossi da una visione etica e civile dell’Unità nazionale. Molti provenivano dal mondo mazziniano e repubblicano, con un profondo senso del dovere e del sacrificio. Nessuno ricevette compensi o ricchezze anzi, molti pagarono la spedizione di tasca propria. Il generale Nino Bixio, garibaldino tra i più noti, scriveva in una lettera: «Siamo venuti a combattere, non per conquistare, ma per liberare fratelli oppressi».

Le accuse di stupri e violenze sono totalmente infondate, e non risultano da alcuna fonte storica seria. Non compaiono né nei diari dei contemporanei, né nei documenti delle autorità locali, né nelle memorie dei meridionali stessi. Al contrario, in molte città del Sud Garibaldi e i suoi furono accolti come liberatori.

Colpire la memoria di Garibaldi, figura rispettata anche all’estero per il suo impegno a favore dei popoli oppressi, significa non solo falsificare i fatti, ma delegittimare un patrimonio morale e civile che appartiene a tutta la nazione.

Al di là dei miti e dei rancori, ciò che dovrebbe rimanere oggi dello spirito risorgimentale è la profonda coerenza etica dei suoi protagonisti. Giuseppe Mazzini fu uno dei più grandi pensatori politici dell’Ottocento europeo, fondatore della Giovine Italia, ispiratore di un patriottismo non di conquista, ma di libertà, giustizia e dignità per tutti i popoli. La sua idea di Nazione era fondata sulla responsabilità morale del cittadino, sul dovere di partecipazione democratica e sull’emancipazione delle classi popolari.

Garibaldi, pur con il pragmatismo del militare, ne condivise lo spirito: fu repubblicano, antischiavista, anticolonialista, internazionalista. Combatté in Sud America contro la tirannia, si rifiutò di reprimere moti popolari, e rinunciò più volte a potere e onori per rispetto della volontà nazionale.

Dimenticare tutto questo o peggio, calunniarlo, significa tradire non solo la storia, ma l’idea stessa di una democrazia fondata sulla libertà e sull’impegno civile.

Il grande storico meridionale e antifascista Gaetano Salvemini, pur forte sostenitore dei principi di libertà e repubblicanesimo di Mazzini, fu lucido nel riconoscere anche i rischi spirituali del suo pensiero. In una celebre lettera del 1903 definì taluni aspetti del mazzinianesimo, come la priorità dei Doveri, la centralità di “Dio e Popolo”, potenzialmente pericolosi perché «deriverebbe a fil di logica l’annullamento di ogni libertà».

Salvemini evidenziò come l’ethos di Mazzini, pur ispirato, potesse portare a una religiosità politica dogmatica, uno “spirito mistico” che, senza equilibrio laico, rischiava di fornire terreno all’autoritarismo Allo stesso tempo, riconobbe che solo su una cosa Mazzini non cedette mai: l’unità nazionale a qualunque costo, valore che Salvemini giudicò superiore a ogni critica.

Lo storico Rosario Romeo, figura chiave della storiografia meridionale liberal-democratica, confutò la tesi gramsciana del Risorgimento come rivoluzione agraria mancata. Secondo Romeo, la rivoluzione contadina proposta da Gramsci e Sereni era storicamente impossibile e condanna a un vicolo cieco dello sviluppo.

Romeo difese l’idea che l’Italia unita, seppur con limiti e contraddizioni, rappresentasse il solo strumento per il progresso civile ed economico dell’intera nazione, compreso il Mezzogiorno, anche se questo comportava sacrifici iniziali per il Sud.

Rimase convinto che, nonostante le ingiustizie regionali, il Paese non avrebbe avuto futuro al di fuori di uno Stato nazionale moderno e democratico. Ricostruire con rigore il passato non significa ignorarne le ingiustizie o i fallimenti, ma rifiutare le falsificazioni. Il Sud d’Italia ha vissuto storicamente marginalizzazioni, disuguaglianze, e ha spesso pagato il prezzo dell’unità nazionale. Ma non per questo si può riscrivere la storia, scambiando un regno assolutista per un’età dell’oro.

Oggi più che mai, il Mezzogiorno ha bisogno di verità, di responsabilità e di futuro, non di favole identitarie o vittimismi strumentali. Lo dobbiamo ai meridionali di ieri, che lottarono per l’Italia, e a quelli di oggi, che vogliono costruire un Sud protagonista, libero e moderno, non intrappolato in un passato mitizzato che non è mai esistito.

Perché non si salva l’Italia senza il Sud e non si salva il Sud se si continua a raccontargli una storia falsa.

museo del Risorgimento mazziniano Genova

Tags: RegnoSicilie
Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e marketing, svolge l’attività di geometra come libero professionista. Dal 2021 è presidente nazionale di Culturalia, settore culturale dell'Agci. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è vicesindaco del Comune di Ravenna

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Comments 1

  1. Germano gabanini says:
    4 mesi ago

    Bravo
    L’ ho condiviso
    È da diffondere

    Rispondi

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