Piergiorgio Vasi è l’autore del seguente articolo
Nel dibattito, spesso aspro e talvolta strumentale, che accompagna il referendum sulla separazione delle carriere in magistratura, colpisce – osservando la scena politica – la linearità della posizione assunta dal Partito Repubblicano Italiano. In un panorama attraversato da distinguo tattici e riposizionamenti legati più agli equilibri di governo che ai contenuti delle riforme, il PRI ha scelto una strada diversa: quella della coerenza.
Chi conosce la storia italiana sa che la separazione delle carriere non è un’invenzione dell’ultima stagione politica, né una concessione all’attuale maggioranza. È un tema che attraversa da decenni l’elaborazione culturale e programmatica del PRI. Già tra gli anni Ottanta e Novanta, in pieno confronto sulle riforme istituzionali, i repubblicani indicavano nella distinzione netta tra funzione requirente e funzione giudicante uno dei cardini per rendere compiuto il modello accusatorio introdotto nel processo penale.
Non era – e non è – una battaglia “contro” la magistratura, ma “per” uno Stato di diritto più equilibrato. L’idea di fondo è semplice: se accusa e giudica appartengono allo stesso ordine, con identiche carriere e identici organi di autogoverno, la distinzione tra le parti rischia di apparire meno netta agli occhi del cittadino, soprattutto se accusato di un qualche delitto E la giustizia, per essere autorevole, deve essere non solo imparziale, ma anche percepita come tale.
La storia repubblicana italiana ha ereditato per decenni un’impostazione giudiziaria segnata dall’impianto dei codici penali dell’epoca fascista, poi riformati ma mai del tutto superati nella cultura ordinamentale. L’introduzione del processo accusatorio alla fine degli anni Ottanta ha rappresentato un passo avanti decisivo, ma secondo molti – e tra questi il PRI – quel percorso è rimasto incompiuto finché le carriere di giudici e pubblici ministeri sono rimaste intrecciate.
La separazione rappresenta, dunque, non una rottura ma la conclusione logica di una transizione iniziata oltre trent’anni fa. È il completamento di un processo di modernizzazione che rende finalmente coerente la struttura ordinamentale con il modello accusatorio: chi accusa è parte, chi giudica è terzo. Senza ambiguità.
Osservando il comportamento del PRI, si coglie un elemento che merita di essere sottolineato. In un momento in cui il confronto politico è polarizzato e il rischio è quello di votare “contro” qualcuno più che “per” qualcosa, i repubblicani hanno rivendicato la propria autonomia di giudizio. Non si può votare No soltanto perché la riforma è proposta da un governo di centrodestra o perché l’iniziativa è sostenuta dall’attuale Presidente del Consiglio. Sarebbe un errore di metodo prima ancora che di merito.
Il PRI ha inseguito per anni questa riforma come tassello di un disegno più ampio di equilibrio tra i poteri e di rafforzamento delle garanzie individuali. Rinunciarvi oggi per fare un dispetto politico a Giorgia Meloni significherebbe smentire una lunga coerenza culturale e programmatica. E, paradossalmente, finirebbe per subordinare un principio di diritto a una contingenza politica.
Da repubblicano favorevole al SÌ, mi pare che proprio qui stia il punto: la maturità di una forza politica si misura dalla capacità di sostenere le proprie idee anche quando il vento che le porta soffia da direzioni non consuete. La separazione delle carriere non appartiene alla destra o alla sinistra; appartiene alla logica dello Stato di diritto.
Il referendum offre l’occasione per chiudere definitivamente una stagione di ambiguità e completare il percorso verso una giustizia più chiara nei ruoli, più trasparente nelle responsabilità, più coerente con il principio del giusto processo. Il PRI, con la sua scelta per il SÌ, ha semplicemente fatto ciò che la sua storia gli imponeva: restare fedele a se stesso. E, in questo caso, anche alla modernizzazione della Repubblica








I “SUPERPOLIZIOTTI” lasciamoli alla Storia dei Regimi, all’Italia contemporanea servono Giuristi di Serie A+, che conoscano le Leggi, le sappiano applicare e le facciano applicare…coordinando le Procure, le forze di Polizia e l’Interpol.
Alla gramigna infestante dei Sapiens Criminis si risponda con lo foco del raziocinio e dell’ingegneria giuridica. Gli Alchimisti del Diritto rendano Oro ciò che gli compete.
Dott. Massimo Capri
Non sono la separazione delle carriere che già esiste ma la modifica della costituzione per 7articoli dopodiché qualsiasi governo con semplici decreti legge può modificare a suo interesse la legge.la separazione è lo specchio per le allodole nessuno ti dice cosa farà dopo infatti dicono faremo vedremo, è questo il problema