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Quando la coppia scoppia

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
26 Novembre 2025
in L'editoriale
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Appena Trump vinse le elezioni con il sostegno decisivo di Elon Musk, l’opinione pubblica italiana iniziò a spiegarci che l’America si era consegnata ad un duopolio finanziario che avrebbe stritolato la democrazia sotto il peso dell’affarismo. Una tesi appassionante, sembrava essere tornati al Capitale di Marx, sebbene sarebbe stato più facile far convivere Walter Matthau e Jack Lemmon nel medesimo appartamento, piuttosto che Trump e Musk nello stesso governo. Pochi giorni e si era al punto che il figlioletto di Musk, nello studio ovale, davanti alla stampa mondiale, dicesse a Donald, non sei tu il presidente.

Quando poi si assistette allo scontro in diretta televisiva fra Trump e Zelensky, apriti cielo. Trump divenne Hitler, il socio di Putin e si scriveva persino che lui, cresciuto alla scuola politica del maccartista Roy Chon, fosse stato un agente sovietico. Evidentemente nessuno si era mai letto le memorie di Churchill, dove le relazioni fra il premier britannico ed il presidente Roosevelt vengono descritte tali, che Inghilterra ed America sarebbero di nuovo dovute scendere in guerra fra loro, come nel 1812, non contro le forze dell’Asse.

Il timore che l’America si accordi con la Russia è vecchio in Europa dai tempi della distensione del secolo scorso, il primo fra tutti a sollevarlo fu la Francia. In verità tutti i paesi europei facevano affari con la Russia meglio dell’America ed anche le sanzioni che si lamentano oggi messe da Trump all’Europa, non mirano a disarticolarla, anche perché più disarticolata di così, impossibile. Vogliono condizionare l’accondiscendenza verso i mercati cinesi che hanno troppe agevolazioni sul vecchio continente, per non dire del gas russo che i paesi europei continuano a comprare, finanziando la guerra di Putin. Stendiamo un velo pietoso sulle aziende italiane che prosperano in Russia e vogliono continuare a prosperare, beate loro.

Appena l’America se ne è uscita con il piano di pace per l’Ucraina, inevitabile tornare ad agitare lo spettro del tradimento di Trump che consegnava Zelnesky a Putin, il suo carnefice. Passate 48 ore, ecco Zelensky appoggiare il piano che Fubini e Calenda rifiutano, tanto sdegnosamente.

Come si possa credere che l’America si allei con la Russia, quando l’Ucraina indipendente l’ha inventata l’America, su questo Putin ha ragione, è cosa difficile da capire. Anche perché in questi tre anni, con tutto il rispetto per il sostegno europeo, se Zelensky è ancora vivo e l’Ucraina combatte, è principalmente grazie agli aiuti americani, in parte inglesi e appena qualcosa francesi. La Germania ha rifiutato i missili Taurus all’Ucraina, gli ha mandato i Leopard che non servono a niente, mentre l’Italia ha promesso una batteria di Himars nel 2027, intanto gli ha inviato i lince che vanno bene da bersaglio per i droni kamikaze iraniani. I paesi dell’Europa dell’est, sembra quasi che non si dispiacciano che russi ed ucraini si massacrino. Andrebbero compresi, per un secolo almeno russi ed ucraini insieme davano la caccia a estoni, lituani e polacchi.

Il piano di pace, invece, è vero, potrebbe essere una schifezza. Non l’abbiamo ancora letto, ad onore di cronaca non l’hanno nemmeno letto quelli che lo commentano. Ripugna solo l’idea che il Donbass resti alla Russia insieme alla Crimea, anche se nessun trattato potrà mai legalizzare le conquiste russe senza il consenso degli abitanti che vi vivono o che domani vi volessero tornare. Non si riconosce ad Israele la Cisgiordania strappata a venti paesi aggressori, figurarsi se si potrà mai riconoscere a Putin la Crimea, conquistata ai tatari.

Ancora una volta, con tutto il piagnisteo contro il piano di pace, si è mancato il bersaglio. Il piano potrebbe benissimo prescrivere a Zelensky di alzarsi ogni mattina e inginocchiarsi verso il Cremlino. Peccato che la Russia non voleva, non vuole e non vorrà mai nessun piano di pace. Pretende solo la resa. Se lo firma, Putin ha perso la faccia. Se non lo firma, inizia la guerra vera.

licenza pixabay

Tags: MuskTrump
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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