Con la scomparsa del cardinale Camillo Ruini, morto ieri a Roma all’età di 95 anni, si chiude una delle stagioni più intense, centrali e controverse della storia politica e religiosa dell’Italia contemporanea. Per oltre un ventennio il potente presidente della CEI non è stato soltanto il vicario del Papa per la diocesi di Roma o il capo dei vescovi italiani, ma si è imposto come un vero e proprio leader politico, capace di orientare i flussi elettorali, condizionare le scelte legislative e ridefinire i rapporti tra lo Stato e la Chiesa in un’epoca di profonda transizione.
Il destino, a volte, si diverte con le coincidenze e i paradossi. Quel nome di battesimo e le comuni origini emiliane evocavano quasi naturalmente le atmosfere della Bassa e il profilo del vulcanico parroco nato dalla fantasia di Giovannino Guareschi. Ma se Don Camillo era l’incarnazione di una fede ruspante, fatta di passioni genuine, biciclette e dispute sanguigne sul sagrato con il sindaco Peppone, il cardinale Ruini con quel mondo non ebbe nulla a che spartire. Lungi dall’essere un semplice curato di campagna prestato alle alte sfere, egli rivelò ben presto la stoffa e il cinismo felpato di un novello Richelieu, molto più a suo agio tra i corridoi del potere romano e i raffinati calcoli di palazzo che tra le anime semplici di una parrocchia rurale della sua terra natìa.
Il suo capolavoro tattico coincise non a caso con il momento di massimo smarrimento del cattolicesimo politico italiano. All’indomani del naufragio della Democrazia Cristiana, travolta dai flutti di Tangentopoli, Ruini intuì prima di altri che l’unità dei cattolici non poteva più esprimersi attraverso un unico partito contenitore. Davanti al rischio dell’irrilevanza, scelse la via dell’intervento diretto come grande architetto della sponda ecclesiastica al nascente berlusconismo, individuando nella neonata coalizione di centrodestra il perno ideale su cui fare leva per garantire alla Chiesa la massima centralità pubblica e la tutela dei cosiddetti principi non negoziabili.
Quella di Ruini non fu una pastorale di mediazione, bensì una strategia di scontro frontale e di mobilitazione. La sua presidenza della CEI trasformò l’episcopato in un attore politico di primo piano, abile nello sfruttare le fragilità della neonata “seconda repubblica” per dettare l’agenda parlamentare. Il culmine di questa strategia si consumò nel 2005 con il referendum sulla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, quando l’invito all’astensione formulato dal cardinale divenne uno strumento politico spregiudicato per svuotare le urne, aggirando il confronto democratico nel merito.
Se da un lato questa linea iper-politica garantì alla Chiesa cattolica Apostolica Romana un’indubbia centralità nei palazzi del potere, dall’altro ha lasciato un’eredità pesante sul terreno della crescita civile del Paese. In questo senso a Ruini vanno imputate le maggiori responsabilità storiche per il grave ritardo italiano sul fronte dei diritti civili. Ogni tentativo di laicizzazione dello Stato, ogni timida riforma sui diritti delle coppie di fatto o sul fine vita è stata sistematicamente sbarrata da un muro dottrinale eretto a sistema di potere.
Da laici e repubblicani, non possiamo non rilevare il danno profondo che questa impostazione ha recato alla stessa coscienza religiosa della nazione. L’uso politico della fede, la riduzione del messaggio evangelico a un elenco di veti legislativi e il baratto culturale tra coperture morali alla destra berlusconiana in cambio di privilegi normativi hanno finito per allontanare intere generazioni dalla spiritualità, riducendo la religione a mera ideologia identitaria o a strumento di consenso elettorale.
Camillo Ruini scompare lasciando il ricordo di un uomo di straordinaria intelligenza e indomita volontà di potenza. La storia gli riconoscerà il merito di aver salvato l’influenza della Chiesa dalle macerie del 1992, ma la Repubblica non potrà dimenticare il prezzo pagato in termini di laicità, modernizzazione e pluralismo.
Eppure, a ben vedere, la stagione del “ruinismo” era tramontata ben prima della scomparsa biologica del suo artefice. Con la svolta impressa da Papa Francesco e la successiva transizione della CEI, guidata oggi dal cardinale Matteo Zuppi, l’episcopato italiano ha progressivamente abbandonato la logica dello scontro frontale. Quell’interventismo diretto nei palazzi della politica romana ha ceduto il passo a una linea più schiettamente pastorale, centrata sui temi del sociale, dell’accoglienza e della povertà.
Una traiettoria di radicale rifiuto della politica del veto e dell’ingerenza parlamentare che trova oggi una coerente e rigorosa continuità nel magistero di Papa Leone XIV. Il nuovo pontefice, richiamandosi fin dal nome alla storica dottrina sociale di Leone XIII e alla sua “Rerum Novarum”, ha saldato il passato e il presente della Chiesa in una visione che guarda alle grandi sfide della modernità e al dialogo con la società civile universale, senza più ridursi a comitato elettorale o a centro di pressione legislativa. Rispetto a questo grande respiro spirituale e sociale, la strada scelta da Ruini mostra oggi tutto il suo anacronismo, indissolubilmente legata alle contingenze e alle geometrie del potere immediato.
Torna alla mente la grande lezione di Giovanni Spadolini, che della laicità dello Stato fece una trincea ideale e una pedagogia civile per la Repubblica.
Il grande leader Repubblicano, infatti, non mancava mai di ricordarci che “la laicità non è un dogma, ma l’assenza di ogni dogma” e, dunque, il solo terreno in cui la libertà religiosa e la libertà civile possono coesistere senza sopraffarsi.
L’idea spadoliniana di un “Tevere più largo” dove, con una sintesi perfetta tra Cavour e Mazzini, lo Stato non abdica mai ai suoi doveri e la Chiesa non si fa mai partito, resta ancora l’unico argine possibile contro ogni forma di clericalismo di ritorno.
E oggi che quella stagione iper-politica “ruiniana” appare definitivamente superata, l’auspicio è che l’Italia possa guardare avanti, riscoprendo il valore di una sana separazione tra Cesare e Dio, l’unica vera garanzia per la libertà di tutti, ancor più in un mondo globalizzato e in una società sempre più multietnica e multiculturale.
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