Il premier slovacco Robert Fico colpito da un attentatore a pistolettate, dovrebbe essere fuori pericolo, ciononostante, il clima dell’Europa centro orientale sembra quello di Sarajevo 1914, a rovescio. Rispetto ad allora la guerra è già iniziata e non sono i nazionalisti serbi a sparare ad un sovrano continentale, ma un poeta presumibilmente europeista ad un capo nazionalista. La Cecoslovacchia, già divisa in due, dovrebbe essere divisa in tre.
Inutile fare un bilancio dei torti e delle ragioni che hanno portato a questa situazione dal momento che vediamo cosa succede anche in altre regioni ai confini dell’Unione europea. In Moldova o in Georgia, c’è una parte della popolazione che vuole mantenere i legami con la Russia, persino quella sovietica fosse ancora mai possibile e non ha nessuna intenzione di avvicinarsi ad occidente. Un’altra parte, non certo meno numerosa, piuttosto di restare ancora con la Russa è pronta a prendere le armi, come è avvenuto appunto in Ucraina. Sarebbe bello disporre di un processo legale di autodeterminazione dei popoli, ma Putin non ce ne voglia se quando lui per primo lo promuove, come fece in Crimea e poi nel Lugansk, subito lo inquina. Si tratta di un problema molto antico nella vita democratica, tale per cui la volontà generale, non coincide, spiegava Rousseau, il Contratto Sociale, necessariamente con quella della maggioranza. Per quanto sia difficile da capire, entrate con l’immaginazione per qualche secondo nella sala del maneggio alla Tuileries, ne 1793, dove tutto ebbe inizio. La Gironda vuole il referendum popolare sulla morte del Re, la Montagna non ci pensa proprio e impone il voto. IL popolo di Francia non avrebbe mai condannato a morte il suo re, lo avrebbe graziato, i giacobini decisero quale fosse la volontà generale della nazione sopra quella della maggioranza numerica della popolazione. Jurai Cintula il settantunenne che ha sparato al premier slovacco è un lontano erede di questi giacobini, Fico aveva appena vinto le elezioni e questo comportava alla Slovacchia una vicinanza politica alla Russia, insopportabile per qualunque sensibilità democratica. La volontà generale da occidente, si è spostata ad oriente.
Lo sparo di Sarajevo fece deflagrare l’Europa perché rivelò tutta la debolezza di un impero giunto oramai al suo capolinea, quello austro ungarico. La vecchia Cacania, per citare Robert Musil, non aveva nessuna intenzione di ammetterle la sua debacle, piuttosto esplodesse il mondo ed il mondo esplose. La situazione dell’impero russo, per la verità è persino più disperata, perché la sua sconfitta e dissoluzione è avvenuta già più di trent’anni fa. Eppure Putin si è insediato al Cremlino come uno Zar e pensa di far ricadere la responsabilità di questa dissoluzione sul socialismo. Il socialismo era solo la ripresa dello zarismo sotto un’altra veste, cioè la politica imperiale russa senza lo Zar. Questa politica non teneva più, non il socialismo, esattamente come non reggeva più il dominio dell’impero austro ungarico. La Russia che oggi vuole identificarsi direttamente con la sua politica imperale del passato, ha il destino segnato, quali simpatie raccolga ancora nei suoi paesi satelliti. Questo dimostra la guerra in Ucraina, la matura insofferenza per i russi, la stessa che intere regioni provarono a suo tempo per gli arciduca dii Asburgo.
Fa sorridere star li a misurare i metri quadrati conquistati dall’esercito russo nel Donbass. La voragine scavata sotto i suoi piedi che sta per inghiottirlo interamente, non si può misurare.







