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Seconda guerra di Crimea

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
20 Agosto 2025
in L'editoriale
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Appena la flotta inglese e quella francese raggiunsero il mar Nero nel giugno del 1854, l’armata russa si trincerò a Sebastopoli, gli assedi alle piazzeforti ottomane cessarono, perché i russi temevano di poter essere presi alle spalle. Se l’armata francese ed inglese non fossero passate all’offensiva, i russi non avrebbero avuto ragione di aprirsi un varco, sarebbero rimasti sulle loro posizioni. Sapevano perfettamente di non poter competere contro tre eserciti a cui presto si sarebbe persino aggiunto il Piemonte. La guerra avvenne perché Francia, Inghilterra e Turchia vollero umiliare lo Zar che pretendeva di svolgere un ruolo nel mediterraneo attraverso l’aggressione all’impero turco compiuta nei Balcani

Dotati di una qualche considerazione storica i leader europei ricevuti alla Casa Bianca nel summit di ieri, avrebbero dovuto chiedersi se nel 2019 i loro precessori, invece di preoccuparsi del Covid avessero stanziato delle truppe in Ucraina, la loro solo presenza non sarebbe stata sufficiente a dissuadere Putin. La Russia ammassava truppe ai confini? Francia, Inghilterra, Germania mandavano ciascuna trentamila uomini ad addestrarsi in Ucraina. Escludiamo l’Italia perché all’epoca del governo Conte due, l’armata russa circolava liberamente nella penisola e gli italiani erano chiusi in casa per non disturbarla. Macron ad un dato momento aveva avuto l’idea di mandare i soldati. Un francese ha sempre qualche rimembranza fatale. Tutti a dirgli se era matto, che non se ne parlava. Una presenza militare europea di una qualche consistenza per un esercito che non riesce a conquistare l’intero Donbass in tre anni, poteva bastare. Gli eserciti europei, anche i più scalcagnati, dovrebbero comunque essere meglio preparati di quello raffazzonato dagli ucraini che pure fa i russi a polpette ogni santo giorno,

Al vertice degli alleati alla Casa Bianca, sono circolati gli studi dei centri internazionali specializzati di osservazione della guerra, che confermano nel complesso quanto sostiene da mesi questo stesso editoriale, i russi sono impantanati. A rigore il cessate il fuoco converrebbe a loro, ai russi. I droni ucraini hanno appena affondato una nave nel mar Caspio dal momento che il mar Nero, le navi russe hanno rinunciato ad attraversarlo. Riuscire a conquistare interamente il Donbass in quattro anni, come si prevede, al ritmo attuale di avanzata, non è una vittoria lenta, come qualcuno ha improvvidamente detto,. È una disfatta.

Trump ha molti difetti, il principale una certa condiscendenza verso Putin fine a se stessa. Gli Usa sono i promotori della difesa e anche della fase offensiva iniziata in Ucraina alla fine dell’anno scorso che prosegue con qualche successo, fra l’altro. Non si può comunque chiedere a Trump di fare quello che nemmeno hanno fatto Biden ed Obama, attaccare le posizioni russe e quindi inviare i soldati. Il suo mandato elettorale è solo per fare la pace. Una pace quale che sia. Per cui tutte le formule arzigogolate, l’applicazione dell’articolo quinto della Nato, nuove sanzioni, possono essere efficaci, ma non sul campo. Sul campo, se l’Europa vuole dare sicurezza all’Ucraina deve schierare almeno centomila uomini ben armati. Questo potrebbe dare il via ad una escalation, dal momento che a contrario di Nicola primo, Putin è un pazzo scatenato? Il rischio c’è, ovvio, come c’è la sicurezza che senza ostacoli, Putin appena può riprenderà la guerra, sempre che possa congelarla.

Poi si può benissimo mollare, niente soldati, niente bombe, continuiamo con le sanzioni. A quel punto non si chieda solo a Trump di salvare il destino dell’Ucraina, non si lamentino le sue strette di mano con Putin.

Museo del Risorgimento mazziniano Genova.

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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