Nel dibattito che si è riaperto attorno alla riforma della giustizia proposta dal governo, figura centrale è la cosiddetta separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici. A guardarla bene, però, questa riforma presenta profili di pericolo ben più elevati di quelli, pur reali, che vengono riconosciuti da sostenitori e detrattori. E come nel caso di molte riforme istituzionali in Italia, anche qui la fiducia nei proponenti non può essere presa per scontata.
In primo luogo va detto che è errata l’affermazione secondo cui l’odierna riforma sia una novità innocua o tecnicamente necessaria. Come ha ben evidenziato il magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo in una recente intervista a “La Stampa”, essa “non nasce per migliorare l’efficienza del sistema, ma per modificare la Costituzione nell’equilibrio dei poteri”. Non stiamo dunque parlando di un intervento neutro, ma di una scelta politica che rischia di ridefinire il rapporto tra la magistratura e il potere esecutivo.
E qui si innesta il principale pericolo: il pubblico ministero, una volta separato dalla carriera dei giudici, rischia di perdere quell’attaccamento alla funzione giurisdizionale autonoma che oggi lo lega all’idea di giustizia, trasformandosi di fatto o di diritto in un funzionario del governo. Non è un timore astratto. Lo stesso ministro Carlo Nordio ha dichiarato rivolgendosi a Elly Schlein che quando governerà lei “ne beneficerà”. Una battuta che, più che rassicurare, suona come una confessione. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si prende.
Ad aumentare le perplessità non aiuta poi la narrazione, tanto comoda quanto scorretta, secondo cui Giovanni Falcone sarebbe stato favorevole alla separazione delle carriere. È falso. Falcone era favorevole a una magistratura più efficiente, a un pubblico ministero specializzato, ma non a un sistema dove l’accusa finisse sotto il controllo dell’esecutivo. Chi cita Falcone per sostenere questa riforma lo fa estrapolando frasi da contesti ben più ampi e tradendone il pensiero profondo.
Nemmeno l’argomento per cui “la riforma l’aveva proposta anche il PD” può bastare a legittimarla. Primo, perché se il PD sbaglia non si capisce perché la destra debba sentirsi in dovere di sbagliare allo stesso modo. Secondo, perché il PD non è “la sinistra”, ma una sua parte, ancorché consistente, che ha già dato prove di riformismo superficiale. Basti ricordare l’errore storico della riforma del Titolo V, voluta da D’Alema, che ha consegnato alle Regioni poteri smisurati, trasformandole in moltiplicatori di spesa e azzerando le Province, che invece avrebbero dovuto essere rafforzate. Le conseguenze, anche nella gestione dei territori e delle alluvioni, sono sotto gli occhi di tutti.
La giustizia, invece, non è un tema di appartenenza o di convenienza. È una questione di equilibrio costituzionale, di libertà civili, di fiducia nello Stato. Separare le carriere oggi, in questo contesto e con questi intenti, non significa rendere la giustizia più giusta, ma più vulnerabile al potere politico. E una giustizia che dipende dal governo non è più giustizia, ma amministrazione del consenso.
Che la giustizia necessiti di riforme è indubbio, ma devono essere riforme adeguate, con ricadute positive per i cittadini, non per i governanti. Ai cittadini interessa avere una giustizia efficiente, efficace e svelta, soprattutto nei processi civili, dove cause per contenziosi tra vicini durano anche un decennio. Lo stesso vale anche per il penale, ma non con procure assoggettate ai reati che fanno comodo al ministro del governo di turno. In ultima analisi, serve una giustizia giusta che indaghi e giudichi con lo stesso metro. E per avere questo non importa che le carriere siano uniche o separate.
Ed è qui che si impone una riflessione repubblicana. Il PRI ha sempre considerato la giustizia indipendente come pilastro della democrazia e garanzia di libertà. La nostra tradizione mazziniana e laica non ha mai accettato che la verità e il diritto fossero piegati alla forza del potere. La Repubblica, per i repubblicani, non è un contenitore formale, ma una forma morale di governo fondata sulla responsabilità personale, sull’autonomia dei poteri e sul primato della coscienza civile.
Smontare questo equilibrio in nome di una presunta efficienza significa colpire al cuore quella etica della legalità che è il vero cemento della Repubblica democratica. Il magistrato non deve servire un governo, ma servire lo Stato; e lo Stato, a sua volta, deve essere garante e non padrone della giustizia.
Come ammoniva Giovanni Falcone, parole che oggi suonano più attuali che mai: «La giustizia non deve solo essere fatta, ma deve apparire indipendente, perché altrimenti si perde la fiducia dei cittadini e con essa la credibilità dello Stato.»
È da qui che dobbiamo ripartire: dalla fiducia repubblicana nella giustizia, non dal suo smantellamento. Perché senza una giustizia autonoma, la Repubblica non è più Repubblica, ma solo una forma svuotata del suo spirito.
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