La procura di Milano nelle sue inchieste del secolo scorso non ha mai capito due questioni. La prima che il Pri non disponeva di conti all’estero perchè non faceva parte di nessuna organizzazione internazionale. L’internazionale democristiana, quella socialista, quella comunista, non sappiamo di quella liberale, necessitavano di fare operazioni in paesi terzi a sostegno di movimenti amici o affiliati e trovavano più comodo rivolgersi ad una banca apposita soprattutto se specializzata. Il Psi dava soldi non solo ad Arafat ma anche ai guerriglieri peruviani di Sendero Lumimoso. Vi era poi un’esperienza di clandestinità. Alcuni partiti costretti all’esilio si appoggiarono a dei conti all’estero e per prudenza, vai a sapere fossero stati costretti a scappare di nuovo, li mantennero una volta tornati in patria. Il Pri non ebbe questo problema perché buona parte della dirigenza politica rimase sorvegliata in Italia, quella che fu costretta all’esilio rimase complessivamente isolata e spesso raminga. I Pacciardi, i Bergamo, era tanto se disponevano di conti personali.
La seconda questione appariva ancora più incredibile alla procura della prima, ovvero che determinate famiglie facoltose versassero soldi in nero ai partiti, quando era evidente che non necessitassero e non ricevessero favori alcuni. Questo era un vero rompicapo per i bravi inquirenti che non riuscivano ad accettare l’idea di un legame fra i cittadini e l’ideale politico espresso attraverso il partito. La procura di Milano non riusciva a capire la vita repubblicana fondata proprio su questo legame. La riservatezza che lo custodiva non era necessariamente dettata da chissà quali cattive intenzioni. Semplicemente richiedeva un riserbo sule proprie idee politiche posto a tutela di un’attività professionale. Avremmo potuto sorprendere la procura di Milano rivelando i nomi di imprenditori che finanziavano il partito socialista senza essere socialisti e soprattutto senza avere bisogno alcuno di favori da quel mondo. Erano ammiratori dell’onorevole Craxi. Mentre gli imprenditori che finanziavano esclusivamente noi repubblicani avevano legami di famiglia talmente profondi che mai avrebbero rinunciato a farlo, salvo forse, fosse mai caduto il vincolo di segretezza. Se la procura di Milano avesse considerato questi due aspetti del finanziamento illecito, avrebbe avuto un maggior successo nelle sue inchieste sulla corruzione. Purtroppo li ha sempre ignorati, non è mai arrivata a comprenderli concettualmente.
Nonostante fossero palesi i difetti della procura milanese, i dirigenti repubblicani indagati, avessero ricevuto o meno l’avviso di garanzia, si dimettevano immediatamente dagli incarichi e si sospendevano dal partito, anche quando sicuri di essere completamente innocenti, come poi hanno dimostrato negli anni gli atti processuali. La ragione non era solo dettata dal rispetto per le istituzioni, ma da una logica politica, per la quale non si possono svolgere funzioni pubbliche sotto inchiesta. La capacità politica è quella di evitare di finirci, se per disgrazia succede, meglio che ti fai da parte per non dare adito a sospetti sul tuo operato e per non trascinarti dietro la rispettabilità del partito a cui appartieni.
Vero che nemmeno un simile comportamento sia servito a far capire la differenza di un partito come quello repubblicano rispetto ad altri che restavano pervicacemente attaccati alla poltrona, magari convinti dell’irrilevanza dell’inchiesta, le procure possono prendere fischi per fiaschi.. Per quanto questo comportamento possa essere discutibile dispone di qualche ragione a sua favore, cominciando della credibilità di una giustizia italiana che fa tutto il possibile per darsi la zappa sui piedi da sola. Il risultato è comunque il degrado istituzionale, soprattutto quando poi si apre uno scontro fra i soggetti interessati, procure da una parte ed indagati dall’altra.
Il lato debole del sindaco Sala che ha scelto di non dimettersi, non dipende dalla sua posizione, ma dalla sua difesa. Egli ha detto di avere le mani pulite, che ai fini dell’inchiesta in corso, conta poco o niente. Sala avrebbe dovuto dire che tutto l’operato della sua giunta era al disopra del minimo sospetto e come tale ineccepibile e che lo avrebbe dimostrato, respingendo le dimissioni dell’assessore all’urbanistica Tancredi. Questo sarebbe stato effettivamente impressionante, tale da dargli la credibilità necessaria per andare avanti. La strada intrapresa appare invece quella di un inutile calvario. Completamente diverso il caso del candidato alle Regionali delle Marche, Matteo Ricci che non offre elemento di commento alcuno, se non che il principale problema sarà di convincere il movimento cinque stelle a sostenerne comunque la candidatura. Non perché il movimento cinque stelle disponga di qualche elemento probatorio. Semplicemente non riesce a non seguire la sua natura, per cui loro sono perfetti, tutti gli altri difettosi.
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