Il libro che discutiamo oggi di Angelica Taglia (Sette brevi lezioni su Socrate, Einaudi, Torino 2025, 112 pp.) inizia tratteggiando sinteticamente le linee della cosiddetta «questione socratica». Come si sa, Socrate non ha lasciato nulla di scritto, per cui, per ricostruire il profilo originale della sua figura e del suo pensiero, usiamo rifarci tradizionalmente a quattro fonti: Aristofane, che lo schernisce nella sua commedia Le Nuvole, Senofonte, che lo conobbe, ma che poi se ne allontanò, Platone, che ne fu allievo e che ne fa il conduttore di molti dei suoi dialoghi e, infine, Aristotele, il quale, venendo, però, molto tempo dopo la sua morte, accede a ciò che si sa su di lui non per via di una conoscenza diretta, ma in primis attraverso lo stesso Platone. Ora, quest’ultimo viene considerato unanimemente come la fonte più importante di cui disponiamo, se si pensa soprattutto all’Apologia di Socrate, ossia a quel discorso di taglio autobiografico che Socrate stesso avrebbe tenuto in sua difesa, nel processo intentatogli, nel 399 a.C., ad Atene, dove, dopo una parentesi oligarchica, era stata restaurata da poco la democrazia. Ci manca però la certezza assoluta circa il fatto che la trascrizione di questo discorso sia fedele, perché Platone potrebbe aver avuto invece l’intenzione di renderlo non alla lettera, ma nel suo significato globale. In tal caso, non mancherebbero margini di sovrapposizione da parte dell’allievo sul pensiero del maestro. Cosa che va supposta anche per gli altri dialoghi platonici in cui Socrate compare o è l’indiscusso protagonista.
È sicuro così che, più che davanti a un Socrate platonico, ci troviamo davanti a un Platone socratico. Per cui, inevitabile si impone la domanda: «dove finisce Socrate e dove inizia Platone?». E una tale questione si è fatta talmente complicata che alcuni studiosi hanno proposto di rinunciare a «ricostruire un solo “inafferrabile” Socrate storico», suggerendo piuttosto di mettere a fuoco «i diversi Socrate: di Platone, di Senofonte, di Aristofane e di Aristotele. Da un Socrate a molti Socrate, quindi, con il rischio che nessuno sia il vero Socrate».
Ma, nonostante l’insegnamento di Socrate assuma così tante sfaccettature, di una cosa innanzi tutto dobbiamo essere certi: che egli «credeva nella verità per cui era vissuto ed era morto». In tal senso, il suo «non esporre tesi proprie, non dare risposte e limitarsi a fare domande», la sua stessa professione di ignoranza, indicano la disponibilità ad avviare una ricerca personale e non preconcetta della verità, praticandola in proprio e provando a inculcarne l’indifferibilità anche negli altri. Una ricerca per arrivare a stringere in pugno qualcosa a cui si intende votare la propria vita e per la quale si è disposti anche a morire.
È significativo come il “racconto” relativo a Socrate abbia inizio da un evento storico preciso: l’oracolo di Delfi, dietro interrogazione di un suo allievo, emette la sentenza secondo cui sarebbe proprio lui l’uomo più sapiente della Grecia. Ora, poiché, da un lato, il responso del dio non può essere messo in discussione e, dall’altro, ferma era la sua consapevolezza di non essere un sapiente, ecco che, per provare a sciogliere l’aporia davanti a cui viene a trovarsi, decide di uscire per strada, per verificare personalmente se quelli che si davano l’aria di essere sapienti lo erano effettivamente. Ecco l’occasione che segna, in Socrate, la nascita dello spirito critico, in quanto, nemmeno le parole del dio si sottraggono alla sua indagine: «per quanto egli sia certo della loro verità, anch’esse devono essere vagliate per poter essere razionalmente comprese». È così che, se si può dire che c’è senz’altro un dio alle spalle di Socrate, questo è un dio non che «rivela la verità come in alcune grandi religioni», ma che piuttosto «mette in moto una ricerca»: una «ricerca» che resta «profondamente laica, affidata com’è alla ragione umana».
Il risultato che viene fuori da qualsiasi dialogo egli intraprenda – con politici, poeti, tecnici o sofisti – è che ognuno di essi è vittima di uno stesso equivoco: convertendo la sua opinione personale in inconfutabile sapere, non si preoccupa di sottoporla a quel vaglio critico che, in quanto garanzia di oggettività, è rappresentato dal confronto con altri. Ecco come Socrate sposta l’attenzione «dal sapere al desiderio di esso, cioè alla ricerca», facendo del non-sapere quella chiave preziosa che «apre le porte alla filosofia». Alla filosofia intesa essenzialmente come modo di essere e di vivere, dal momento che egli non si limita a saggiare le competenze dell’interlocutore di turno, ma inculca in quest’ultimo anche dubbi circa il fatto che il suo modo di essere e di vivere sia proprio ciò che può renderlo veramente felice.
In una società in cui i giovani avevano davanti agli occhi modelli di virtù improntati alla competizione e al successo, Socrate insegna infatti che la felicità non veniva da questi due fattori, ma era piuttosto il «frutto di un equilibrio interiore e di un lavoro su di sé nel quale consisteva la vera eccellenza», per cui «ciascuno doveva cercarla per sé, attivandosi in prima persona»: «bisogna capire chi siamo, conoscere noi stessi e capire come vivere». E soggetto di questa felicità è l’anima, concetto che, nella civiltà occidentale, proprio con Socrate conosce il suo atto di nascita.
Ecco dunque il senso ultimo dell’insegnamento di Socrate. Poiché è l’anima ciò che determina il nostro modo di essere, nostro primo compito è quello di prendercene cura, dove tutto ciò non significa altro che coltivare tutte le componenti della vita filosofica: l’esame di sé, il dialogo, la ricerca e la riflessione in comune.
Un ultimo punto. La cura dell’anima di cui abbiamo appena parlato non si riduce affatto, per Socrate, a una coltivazione individualistica del proprio sé, ma avviene in comune, nell’esercizio stesso del dialogo, e si prolunga naturalmente nella cura degli altri. Per cui, essa trova il suo coronamento in «un servizio alla città», secondo un itinerario che va «dall’io al noi»: «dalla cura dell’anima a quella della città». Ma noi sappiamo come le cose sono andate a finire. E ciò perché Socrate propendeva per un ideale politico diverso da quello istituzionale, tale che chiamava il cittadino a impegnarsi attivamente per il bene dello Stato: «un impegno previsto, tra l’altro, anche dalla Costituzione italiana».







