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Sotto una sola bandiera

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
25 Agosto 2023
in L'editoriale
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A 32 anni dall’indipendenza dell’Ucraina, la bandiera di Kyiv è tornata a sventolare in Crimea. Pochi minuti utili per essere ripresa dai network occidentali. Un commando ucraino è entrato tranquillamente nel territorio controllato dai russi, lo stesso ha fatto in altre due zone del Donbass e tranquillamente ne è uscito. Doti simili se sviluppate sono utili per la guerriglia, un metodo di lotta che non si apprende nei manuali militari. Kyiv mantiene con Mosca una guerra su canoni convenzionale, ma a mal partito non si sa mai. Perché Zelensky ha appena fatto sapere ai partner europei ed americani che non c’è nessuna possibilità di una soluzione del conflitto sul modello israeliano, pace per i territori. Israele quando rinuncia ai territori si trova bombardata da un confine più vicino. L’Ucraina non si ritroverà in quella stessa condizione. La differenza con Israele è che lo Stato ebraico è militarmente autosufficiente, l’Ucraina no, ma con tutte le armi incamerate, nel caso finissero gli aiuti occidentali, l’Europa e l’America che voltarono le spalle all’Ucraina nel 1917, potrebbero farlo nuovamente, la guerriglia potrebbe tornare utile. Gli afghani la usarono contro i russi e tempo dieci anni hanno avuto il sopravvento. E pure l’Armata rossa aveva preso Kabul immediatamente, non era stata respinta con perdite come quando l’esercito di Putin ha provato ad entrare a Kyiv.

Una cosiddetta grande potenza mondiale, venti milioni di russi sono impiegati nel sistema di produzione bellico, non è ancora riuscita a schiantare il piccolo esercito ucraino, che per quanto assistito possa essere, nessuno riteneva competitivo. Passato alla controffensiva ha dimostrato di aver preteso troppo da se stesso, ma la notizia mandata all’universo mondo è che i russi dall’invasione, bandiere sovietiche al vento, sono finiti con il trincerarsi. La loro “operazione speciale” è una guerra da cannoniere coloniali, ti sparo tenendomi a distanza sul mare. Una guerra di questo genere potrebbe durare anche 30 anni perché gli ucraini preferiscono farsi bersagliare dai missili che ritrovarsi i russi in casa un’altra volta. Se invece si vuole guadagnare la pace un po’ più rapidamente occorre piantarla con i riguardi verso la Russia e dare tutti gli aiuti che servono agli ucraini, cominciando da quelli in truppe. È molto diversa la prospettiva della guerra vista da Varsavia piuttosto che da Roma, Parigi e Madrid. In Polonia fremono per inviare i soldati e la potenza russa è giudicata dall’esperimento spaziale della settimana scorsa, un clamoroso flop.

Quando Putin dice di non avere alternative all’aggressione e mette nel conto anche di riprendersi Ossezia e Georgia, si sta semplicemente scavando la fossa con le sue mani. Il Cremlino non sa ancora valutare l’impatto, forse non può farlo, di quanto avvenuto dal febbraio del 2022 ad oggi. La guerra ha messo in crisi la prospettiva di sviluppo dei Brics che vogliono competere con l’occidente, non prendersi a fucilate. Putin non può più nemmeno andare in presenza ai loro appuntamenti. Togli completamente di scena l’ipotesi di un accomodamento, come Mosca ha appena fatto ed ecco che ritorna l’incubo nucleare. Non scomparirebbe il mondo, scomparirebbe la Russia. Il mondo pagherebbe le conseguenze di un simile scempio. Putin poteva prendere atto di aver fallito il colpo in soli tre mesi e piantarla li, invece insiste è le turbolenze interne alle élite russa, muore più o meno un oligarca al mese, nascono dal fantasma dell’atomica. Fino a quando non sarà Putin a saltare per aria, tutta l’umanità si troverà sotto schiaffo.

Tags: indipendenzaUcraina
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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