Sul conflitto in Ucraina la posizione statunitense è sempre stata quella espressa da Kissinger. I russi si tengano le repubbliche, o quello che sono, strappate con le armi e si tracci una linea di confine da rispettare. Una posizione classica ottocentesca. L’Ucraina ha provato a riconquistare il suo territorio, non c’è riuscita, se ne faccia una ragione. Zelensky uole usare i duecento chilometri quadrati di Kursk per i negoziati? Perfetto. Di entrare nella Nato, non se ne parlava proprio. La tradizione democratica statunitense è erede degli accordi di Yalta. Fu Bush jr a parlare per primo di una Ucraina nella Nato e la cosa lasciò il partito democratico piuttosto perplesso e comprensibilmente. L’Ucraina per quasi due secoli è stata un governatorato russo, ucraini e russi hanno familiari comuni, sono comunque lo stesso popolo, tanto varrebbe estendere la Nato ai russi.
Il punto debole della soluzione Kissinger è che i russi non hanno invaso l’Ucraina per le macerie di Advika ed anche se farebbe loro piacere mettere a disposizione dei bravi funzionari del Cremlino i bagni a Mariupol ed in Crimea, di tutto questo non importa loro un bel niente. Putin vuole un governo ucraino sottomesso, il porto di Odessa e il controllo del Mar nero. Per questo serve anche la Georgia, una Romania e una Moldavia compiacenti. Quello che si chiama egemonia in tutta l’area, e che consenta di riassumere un profilo imperiale. Per cui la proposta americana non aveva nessuna possibilità di successo. Per lo meno fino a quando è caduta la Siria. Oggi possiamo divertirci a leggere sui giornali analisti che si sono precipitati a scrivere che in realtà ai russi della Siria importa poco o magari niente. Oddio in confronto all’Ucraina la Siria è un dettaglio. ma scrivere che alla Russia non importa della Siria è una sciocchezza imbarazzante, la Russia non ha mai digerito il volta faccia egiziano, altro che la caduta della Siria. Soprattutto la caduta della Siria è un colpo all’Iran e all’Hezbollah libanese, è la perdita di una pedina fondamentale sulla scacchiera medio orientale. Ma scusate, l’Iran e la Russia vogliono sfidare il mondo con il loro tirapiedi sovrappeso di Pyongyang, e manco tengono la Siria? E Putin poverino che vede compromessa l’unica base navale russa nel Mediterraneo? Anche qui tutti a dire che i ribelli la garantiscono, per i gonzi che ci credono. I ribelli al limite inizieranno una trattativa. Tartus ricorda tanto la Aqaba del colonnello Lawrence.
Questo è un quadro che in realtà aiuta di molto la futura presidenza Trump che guarda caso era a Notre Dame, con Macron e Zelensky, mentre i ribelli entravano a Damasco, vedi le coincidenze. Trump vuole disimpegnarsi dall’area ripristinando la pace. La debolezza dell’asse russo iraniano è appunto talmente evidente in Siria che non vale la pena di cercare altre umiliazioni anche in Ucraina, dove l’America, che vorrebbe ridurre gli aiuti, potrebbe essere costretta ad aumentarli. Tramite i sauditi, invece, Trump potrebbe fare avere a Putin davvero garanzie su Tartus e tramite Netanyahu, per gli iraniani, sul Libano. Trump sarebbe magnificente. Putin potrebbe continuare a giocare al piccolo Nelson che voleva controllare il canale di Suez e gli iraniani a minacciare invano Israele. Tutti contenti. Ovviamente, né l Iran, né La Russia raggiungeranno mai i loro obiettivi, ma perché toglier loro la ragione di esistere? Trump è conciliante. Che male c’è a sognare di essere una grande potenza mondiale quando stai li a combattere da due anni inutilmente nel Donbass, contro un paese che non esisteva sino a trent’anni fa e privo di un esercito? Che senso ha vedersi annientati i confratelli di Hezbollah a colpi di cellulare che esplodono? Molto meglio ricevere delle garanzie da una potenza vera, come l’America, e piantarla lì con una guerra in cui stai perdendo pure la faccia.
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