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Tucidide nel terzo millennio

Eugenio Fusignani di Eugenio Fusignani
4 Dicembre 2025
in Attualità / Politica
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La discussione nata attorno alla richiesta dell’Accademia Militare di Modena di attivare all’Università di Bologna un corso di laurea in filosofia riservato a un gruppo di ufficiali ha generato, negli ultimi giorni, un clamore sproporzionato. Una normale valutazione di fattibilità accademica è stata trasformata in un caso politico, alimentando sospetti ideologici che non trovano riscontro nella realtà. L’Ateneo bolognese non ha rifiutato la proposta per pregiudizio, ma ha svolto ciò che la sua autonomia gli chiede: un esame serio, tecnico, responsabile.

Nella ricostruzione dei fatti, oggi facilmente verificabile, non c’è alcuna ombra ideologica. Il dipartimento di Filosofia si è trovato ad affrontare una richiesta eccezionale: non l’accesso di militari a corsi già esistenti, cosa abituale e già prevista dagli accordi tra atenei e istituzioni militari, ma l’attivazione di un intero corso di laurea dedicato, da svolgersi a Modena, con un impegno didattico aggiuntivo in una fase segnata da carenza di personale e risorse. La discussione interna non ha mai riguardato il merito dell’idea, giudicata da molti docenti culturalmente stimolante, bensì la sua sostenibilità. E quando il consiglio di dipartimento del 23 ottobre è stato interrotto da un presidio studentesco, è divenuto evidente che non vi erano più le condizioni materiali e formali per portare avanti un progetto già molto complesso sul piano organizzativo.

La polemica, però, è esplosa solo dopo, quando la vicenda è stata ricondotta all’opposizione dei collettivi studenteschi e trasformata in un caso nazionale. Non alcuni esponenti del governo, ma la stessa presidente del Consiglio, come spesso accade quando la politica vuole far rumore, ha rilanciato una lettura ideologica dei fatti, ignorando deliberatamente la ricostruzione dell’ateneo e le ragioni tecniche che avevano portato alla mancata attivazione del corso. La semplificazione ha prodotto una narrazione fuorviante, nella quale l’università è stata accusata addirittura di atti contrari alla Costituzione o di ostilità verso le Forze Armate. È stato un uso improprio del patriottismo come clava politica, che nulla ha a che vedere con il dovere repubblicano di cercare la verità dei fatti e rispettare l’autonomia delle istituzioni.

Ironia della politica: per certi governi, per vivere basta trovare un nemico da combattere; qualsiasi occasione è buona per legittimarsi, anche quando la Repubblica vera non ha bisogno di nemici per esistere. La Repubblica, invece, vive dei suoi cittadini, della loro educazione, della loro responsabilità etica. Legittima sé stessa non con proclami o polemiche, ma con l’etica del servizio, la cultura e la partecipazione consapevole.

Il punto, tuttavia, non è se sia opportuno che i militari studino filosofia. La domanda corretta è come debba avvenire tale formazione e, soprattutto, chi abbia la legittimità di deciderlo. In una Repubblica fondata sul valore della libertà del pensiero, l’università non può essere trattata come un ingranaggio ministeriale da muovere a comando. È una delle massime espressioni della sovranità intellettuale del Paese, un presidio di indipendenza che la Costituzione tutela con chiarezza.

In quest’ottica, la soluzione oggi individuata, cioè l’inserimento degli ufficiali nei corsi già esistenti, appare non solo ragionevole, ma pienamente coerente con la nostra tradizione democratica. Riconosce un’esigenza formativa legittima senza sacrificare il principio fondamentale della libertà accademica.

In questa vicenda, ciò che è mancato non è il confronto, ma la misura. Dove serviva dialogo, è prevalso lo scontro; dove occorreva pensare, si è preferito gridare e il patriottismo è stato evocato come arma dialettica, anziché come valore morale.

Eppure, come ricordava Mazzini, “la Patria non è un confine ma un valore morale”: non si difende opponendo le istituzioni tra loro, ma rendendole complementari nella missione comune di formare cittadini liberi, consapevoli, responsabili.

Per noi Repubblicani, questo è il nucleo della questione. L’educazione è il cuore pulsante della democrazia. “L’educazione è il pane dell’anima: senza educazione non v’è moralità né libertà”, scriveva Mazzini. E non solo: «L’istruzione è l’arma prima contro l’ignoranza che genera servitù.» Parole che risuonano attuali: perché un popolo istruito è un popolo libero, e uno Stato che vuole essere davvero repubblicano ha il dovere di sostenere la crescita culturale di tutti coloro che ne fanno parte, studenti, cittadini, funzionari o militari che siano.

Non solo è legittimo che un ufficiale studi filosofia; è auspicabile. Approfondire l’etica, il pensiero politico, il significato dell’autorità e della legge significa rafforzare la qualità stessa del servizio allo Stato. Lo ricordava Tucidide, con una verità che non ha perso vigore: “La società che separa i suoi studiosi dai suoi guerrieri avrà dei vigliacchi a pensare e degli idioti a combattere.” Una Repubblica moderna non può permetterselo.

E in fondo è proprio questo il nodo: scegliere quale modello di cultura pubblica vogliamo. L’Italia ha bisogno di più educazione e istruzione per avere meno Vannacci e più Camporini: meno improvvisazione ideologica e più competenza; meno semplificazioni rumorose e più cultura istituzionale; meno identitarismo polemico e più etica del servizio. Non si tratta di giudicare gli individui, ma i modelli che essi rappresentano.

La vicenda bolognese, in fondo, ci consegna una lezione semplice: meno propaganda e più educazione. Meno tifoserie e più ragionamento. Meno ideologia e più filosofia. Perché un Paese si misura non dal volume delle sue polemiche, ma dalla qualità della formazione che garantisce ai suoi cittadini. Educare, in definitiva, significa governare il futuro. Ma soltanto se lo si fa con rispetto, visione e coerenza.

Ed è proprio da qui che la Repubblica deve ripartire: rimettere l’istruzione al centro, proteggere l’autonomia del sapere, difendere la libertà del pensiero. Senza rispetto, visione e coerenza una Repubblica si smarrisce; con essi, invece, si rialza. Solo così avremo cittadini più forti delle polemiche, istituzioni più forti delle pressioni e uno Stato più forte delle sue paure. Il resto è solo rumore, mentre la Repubblica, invece, è responsabilità.

Tags: BolognaUniversità
Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e management, svolge l’attività di geometra come libero professionista. É Presidente della Fondazione Ravenna Risorgimento. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è Vice Sindaco del Comune di Ravenna.

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